Le cose Problematiche – Seconda puntata: L’empietà di Licàone

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.

Anna Karenina, Lev Tolstoj 

Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante.

Harry Potter e la pietra filosofale, JK Rowling 

È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo provvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di moglie.

Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen

L’estro mi spinge a narrare di formule mutate in corpi nuovi. O dèi – anche queste trasformazioni furono pure opera vostra – seguite con favore la mia impresa e fate che il mio canto si snodi interrotto dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi.

Metamorfosi, Ovidio

Benvenutз alla seconda puntata de Le cose problematiche. Siamo sempre noi, Matilda e Agua le vostre due poco affidabili fonti di imbecillità antica. 

Entriamo finalmente nel vivo del primo libro delle Metamorfosi che si apre, come è giusto che sia, dall’inizio. Ma proprio dall’inizio. Ovidio racconta infatti la nascita del mondo: un dio anonimo divide e distribuisce su più piani i quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco. E già qui è subito Avatar – La leggenda di Aang. Ma pure un po’ Xena “Al tempo degli dei dell’Olimpo…”. Ma torniamo a noi. Il dio modella la terra a forma di globo (Ovidio non era terrapiattista), distribuisce i mari, crea fiumi e laghi, foreste e valli. Divide poi la terra in cinque zone, una calda, due fredde e due abitabili perché temperate. Se vi suona un po’ tipo il testo di geografia delle elementari è normale, stavo pensando alla barbabietola da zucchero mentre scrivevo. Dà una collocazione precisa ai venti. Le stelle cominciano a brillare nel cielo e gli animali ad abitare la terra.

Ma ancora mancava un essere più nobile di questi, dotato di più alto intelletto e capace di dominare sugli altri.

Prometeo quindi crea l’uomo impastando la terra con acqua piovana. Il Giovanni Mucciaccia della mitologia che crea un esercito di golem. Ci ha fatto venire in mente anche i lavori di Jan Švankmajer, creatore di corti inquietanti con esseri antropomorfi in argilla, che si trasformano e si mangiano tra loro. Questa è una puntata un po’ horror, abbiate pazienza.

Mentre gli altri animali stanno curvi e guardano il suolo, all'uomo egli dette un viso rivolto verso l'alto, e ordinò che vedesse il cielo e che fissasse, eretto, il firmamento.

Ovidio poi passa a raccontare le varie età dell’uomo. Secondo il pensiero antico, infatti, esisterebbero varie ere attraverso cui il mondo sarebbe scivolato verso un lento declino. Si parte dall’età dell’oro, sorta di paradiso terrestre, dove non c’è bisogno di giustizieri e leggi e la terra dona spontaneamente i suoi frutti. L’autore non si sofferma più di tanto a raccontare le ere, dando probabilmente per scontato che il pubblico a cui si rivolgeva sapesse già di che cosa stesse parlando. Per noi invece non è così ovvio e, almeno per il passaggio tra l’età dell’oro e quella dell’argento, mi sembra giusto provare a dare un minimo di spiegazione.

All’inizio dei tempi esistevano Urano, dio del cielo e Gea, dea della terra. I due danno alla luce numerosi figli, ma il padre rifiutandoli li rinchiude nelle viscere del globo. Gea infelice, decide di vendicarsi con l’aiuto del figlio più giovane, Crono, che una notte, mentre il padre sta per congiungersi alla madre lo evira con una falce. Dal membro reciso e gettato in mare nasce Afrodite. Sì, la dea della femminilità e dell’amore nasce da un pene. Letteralmente. Non c’è nulla di sbagliato in questo, per niente. 

Secondo Platone esisterebbero due tipi di Afrodite, e quindi due tipi di amore: Afrodite Urania, che rappresenta il sentimento puro e ideale, e l’Afrodite Pandemia, che è invece la dea della passione carnale.  

Crono spodestato il padre si sposa con Rea, altra divinità della terra. Da loro nasce la prima generazione di dei dell’olimpo. Un oracolo svela però al dio che avrà lo stesso destino del padre, detronizzato da uno dei figli. Crono decide quindi di non incappare nel suo stesso errore e invece di rinchiudere la prole, decide di mangiarla. Rea disperata si rivolge alla madre che le consiglia di avvolgere una pietra nelle fasce del figlio e dare quella da mangiare al marito. Lo scambio tra bambini, o animali, e pietre è un elemento frequente delle favole, ci chiediamo quindi se sia davvero così facile confondersi. Certo, se la pietra è quella di Fantaghirò l’errore è comprensibile. Giove, l’ultimo nato, quindi si salva e viene nascosto sull’isola di Creta, dove viene allevato dalla capra Amaltea, i cui belati coprono i pianti del bambino. Una volta cresciuto Giove mette in atto la profezia: data da bere una pozione al padre per fargli sputare i fratelli e le sorelle si allea con loro per muovergli guerra. Dopo circa dieci anni ne uscirà vincitore e il padre, insieme ai fratelli titani, verrà rinchiuso nel Tartaro.

Con Giove al potere si passa all’età dell’argento: vengono introdotte le quattro stagioni. Gli uomini sono costretti a costruirsi delle abitazioni e a coltivare la terra. Si passa poi all’età del bronzo, in cui gli uomini cominciano ad utilizzare le armi, e poi all’ultima età, quella del ferro. Questa era caratterizzata da inganni e violenza; gli uomini cominciano a scavare sottoterra alla ricerca del ferro e dell’oro cosa che li porta a combattersi.

Di rapina si vive: l'ospite non può più fidarsi dell'ospite né il suocero del genero, e anche i fratelli di rado si risparmiano. Trama il marito la morte della moglie, lei quella del marito. Terribili matrigne mestano lividi veleni. Il figlio fa i conti sugli anni del padre, prima del tempo. Vinta giace la bontà, e la vergine Astrèa lascia - ultima degli dèi - la terra madida di sangue. 

In due righe Ovidio spiega poi come i Giganti assaltino l’Olimpo e Giove li sconfigga. Dal loro sangue nasce una nuova stirpe di uomini, assetati di violenza. Giove vedendo come stanno andando le cose indice un’assemblea divina per accordarsi sulla distruzione degli esseri umani, perché dice: 

Tutto è stato tentato, ma invano, e questa piaga incurabile deve essere estirpata con la spada, perché non guasti la parte sana. 

Giove passa poi a raccontare l’empietà di Licàone: il Dio era sceso sulla terra per accertarsi che le notizie sul cattivo andazzo degli uomini fossero vere. Si ritrova a passare dalla dimora di Licàone che per convincersi che lui sia veramente un dio uccide un ostaggio, ne cucina le carni e prova a darle in pasto all’ospite. Giove se ne accorge, brucia la sua casa e lo trasforma in un lupo: abbiamo quindi la prima metamorfosi.

Si può fare riferimento ad altre due storie che parlano di cannibalismo. La prima, rimanendo nell’ambito “classico” è quella di Tieste e Atreo, due fratelli in lotta per il trono. Quando Atreo scopre che la moglie e il fratello hanno una relazione decide di vendicarsi uccidendo i nipoti e servendoli a Tieste durante un banchetto. Sulla mascolinità tossica di questa storia potremmo farci tranquillamente una puntata a parte. L’altro riferimento è una fiaba dei fratelli Grimm, intitolata il Ginepro: una matrigna, gelosa del primo figlio del marito, lo uccide e lo cucina. 

Quando il bimbo entrò, invasata dal diavolo, gli disse simulando dolcezza: «Figlio mio, vuoi anche tu una mela?» e lo guardò con il volto sconvolto. «Mamma» disse il bambino «hai una faccia che fa spavento! Sì, dammi una mela!» Le parve di dovergli fare animo. «Vieni con me» disse, e sollevò il coperchio «prenditi una mela.» E quando il bimbo si chinò, il diavolo la consigliò e, paff! Ella chiuse il coperchio sbattendolo, sicché‚ la testa schizzò via e andò a cadere fra le mele rosse. Allora ella fu presa dalla paura e pensò: "Potessi allontanarlo da me!" Andò di sopra nella sua camera e prese dal primo cassetto del suo comò un fazzoletto bianco, appoggiò nuovamente la testa sul collo e lo fasciò con il fazzoletto, in modo che non si vedesse niente; mise a sedere il bambino davanti alla porta con la mela in mano. Poco dopo Marilena andò in cucina da sua madre che se ne stava davanti al focolare a rimestare una pentola d'acqua calda. «Mamma» disse Marilena «mio fratello è seduto davanti alla porta ed è tutto bianco e ha in mano una mela; gli ho chiesto se me la dava, ma non mi ha dato risposta; allora mi sono spaventata.» «Vacci ancora» disse la madre «e se non ti risponde di nuovo, dagli una sberla!» Allora Marilena andò e gli disse: «Fratello, dammi la mela!» ma questi continuava a tacere ed ella gli diede uno scapaccione, e la testa ruzzolò per terra. Atterrita, si mise a piangere e a singhiozzare, e corse dalla mamma a dirle: «Ah, mamma! ho staccato la testa a mio fratello!» E piangeva e piangeva e non voleva darsi pace. «Marilena» disse la madre «cos'hai fatto! Ma chetati che nessuno se ne accorga, tanto non si può farci niente: lo cucineremo in salsa agra.» La madre prese il bambino e lo fece a pezzi, lo mise in pentola e lo fece cuocere nell'aceto. Ma intanto Marilena se ne stava lì vicino e piangeva e piangeva e le lacrime finivano tutte nella pentola e non c'era bisogno di sale. Quando il padre tornò a casa, si sedette a tavola e disse: «Dov'è mio figlio?» In quel mentre la madre portò un piatto grande grande, pieno di carne in salsa agra, e Marilena piangeva da non poterne più. Allora il padre ripeté: «Dov'è mio figlio?» «Ah» disse la madre «se n'è andato in campagna, dal prozio; vuol fermarsi un po' là.» «Che ci va a fare? E senza neanche salutarmi!» «Be' aveva voglia di andarci e mi ha chiesto se poteva fermarsi sei settimane. Starà bene là.» «Ah» disse l'uomo «mi dispiace proprio! Non è giusto, avrebbe dovuto dirmi almeno addio!» Detto questo, incominciò a mangiare e disse: «Marilena, perché‚ piangi? Tuo fratello ritornerà.» «Ah, moglie» aggiunse poi «che roba buona è mai questa, dammene ancora!» E più ne mangiava, più ne voleva e diceva: «Datemene ancora, e voi non mangiatene: è come se fosse roba mia.» E mangiava e mangiava buttando tutte le ossa sotto la tavola, finché‚ ebbe finito. 

Tutta questa allegria ci richiama alla mente un film: La casa di Jack di Lars Von Trier. Racconta la storia di un serial killer, e dei suoi omicidi in maniera molto cruda, rispettando lo stile del regista. In particolare, in una scena Jack uccide dei bambini e li usa come marionette. Sempre parlando di cannibalismo, bambini e serial killer non possiamo non citare uno dei criminali più terribili della storia: Albert Fish. Dopo aver risposto alla lettera di un ragazzo in cerca di lavoro, viene invitato a pranzo a casa della sua famiglia. Lì conosce Grace, la sorellina di dieci anni, le regala dei soldi per comprarsi le caramelle e la invita al compleanno del figlio della sorella. La bambina non tornerà mai più a casa. Da una lettera che Albert Fish invia alla famiglia si viene a sapere che l’uomo l’ha mangiata, descrivendo nei minimi dettagli il procedimento. Grazie a questa lettera l’assassino viene però incriminato: sulla carta utilizzata, la stessa ritrovata poi nell’alloggio di Fish, era stampato un emblema particolare. L‘uomo ha finito la sua vita sulla sedia elettrica, ma, da masochista, disse di essere felice di poter provare una nuova tortura. 

Tornando al testo di Ovidio: gli dei decidono quindi di distruggere il mondo con un diluvio universale. Uomini e animali muoiono e tutto, tranne il Parnaso, viene sommerso dalle acque. Gli unici due a salvarsi sono Deucalione e sua moglie (e cugina) Pirra, due persone molto buone e pie.

Io, credimi, se il mare avesse inghiottito anche te, ti avrei seguito, moglie mia, e il mare avrebbe inghiottito anche me. 

Una volta finito il diluvio si rivolgono all’oracolo, la dea Temi, per sapere come ripopolare il pianeta. Lei risponde: 

Andando via dal tempio velatevi il capo e slacciatevi le vesti e gettatevi dietro le spalle le ossa della grande madre.

Pirra si rifiuta, non volendo profanare il corpo di sua madre, ma Deucalione capisce che l’oracolo si riferiva in realtà alla terra e che quindi le ossa da lanciare sono le pietre. Seguendo le indicazioni la profezia si avvera:

E in breve tempo, per volontà degli dei, i sassi scagliati dalla mano dell'uomo assunsero l'aspetto di uomini, dai lanci della donna rinacque la donna. Per questo siamo una razza dura e rotta alle fatiche e i nostri atti provano di che origine siamo.  

Gli altri animali vengono generati spontaneamente dalla terra.

Possiamo dire che il binarismo di genere ha rotto il cazzo? In ogni caso prendiamo la palla al balzo per lasciarvi qualche link per approfondire l’argomento del non-binarismo: LGBT foundation, Non binary Italia, Cosa significa essere non binary?

Grazie per aver letto e ascoltato la seconda puntata de Le cose problematiche. Vi salutiamo e ci sentiamo settimana prossima.

Fate a modino, mi raccomando.

(PS: l’edizione delle Metamorfosi che stiamo utilizzando è quella Einaudi con testo a fronte.)

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