Le cose Problematiche – Ottava puntata: Le figlie di Minia

Salute compagni! Come procede la vostra esistenza nel mese di settembre? L’avete mangiata la zucca? Noi ne abbiamo già dato con risotti, torte salate, dolci e biscotti.

Nella scorsa puntata Bacco aveva fatto smembrare un boomer, per far capire che con lui  non si scherza, ma qualcuno ancora non ha ben recepito il messaggio.

E invece Alcìtoe, figlia di Minia, ritenne che non si debbano accettare le sacre orge, e – temeraria – continua a sostenere che Bacco non è figlio di Giove. Le sue sorelle le tengono compagnia in questa empietà.

Il sacerdote di Bacco aveva ordinato che si facesse festa e che se non fosse stato obbedito il dio si sarebbe molto arrabbiato. Bacco è un po’ come Ember e Umber, i due dei del magico mondo di Fillory. Se non sapete di cosa stiamo parlando dovreste recuperare The Magician. Matrone e giovinette accendono l’incenso e “invocando Bacco chiamandolo Bromio e Lieo e figlio della folgore e generato due volte e unico ad avere avuto due madri”. Genitore 1 e Genitore 2. La folgore ci ha fatto venire in mente brutte cose e dopo un ragionamento contorto abbiamo deciso che Giove è fascista. “Bacco Libero […] la tua giovinezza è intramontabile, tu sei fanciullo in eterno, tu sei bellissimo e ammirato in alto nel cielo” Il suo corteo festoso è formato da Baccanti e satiri, e dal vecchio Sileno “che ebbro sostiene con il bastone le membra barcollanti e nemmeno si regge bene sulla gobba incurvata dell’asinello”. Le donne della Beozia lo acclamano, partecipando alla cerimonia, solo le figlie di Minia si rifiutano violando la festività con “inopportuno lavoro”. Mentre sono così occupate le sorelle decidono di passare il tempo raccontandosi delle storie. Ci lanciava un po’ vibes da Decameron questa situazione e abbiamo davvero scoperto che alcune di queste storie sono state riprese da Boccaccio nella sua opera. 

Una di loro comincia a narrare di Piramo e Tisbe, storia che ha ispirato, oltre a Boccaccio anche Shakespeare, infatti da qui nasce Romeo e Giulietta. I due giovani che abitavano in case contigue, si conoscono e col tempo l’amicizia si trasforma in amore, ma i padri gli impediscono di sposarsi. I due continuano a parlarsi attraverso una fessura del muro che separa le due case: “Muro cattivo, perché ostacoli il nostro amore? Quanto sarebbe meglio se ci permettessi di unirci con tutto il corpo, o, se questo è troppo, almeno ti aprissi quel tanto che basta per darci dei baci!” I due decidono di fuggire insieme, incontrandosi la notte sotto un gelso dalle bacche bianche come la neve. Momento botanica: a quanto pare il gelso esiste in vari colori, bianco, rosso e nero. Tisbe raggiunge per prima il luogo dell’incontro, ma una leonessa che aveva appena fatto strage di buoi si avvicina per dissetarsi alla fonte lì accanto. La ragazza fugge spaventata e il velo le scivola dalle spalle; la leonessa dopo essersi dissetata lo trova e lo sbrana lordandolo di sangue. Piramo, uscito più tardi, scorge le impronte della tigre e la veste insanguinata:

Una stessa notte – disse - vedrà la fine di due innamorati. Di noi, era lei la più degna di vivere a lungo; l'anima colpevole è la mia. Sono stato io a ucciderti, poverina, che ti ho istigato avvenire di notte in luoghi spaventosi e neppure sono arrivato per primo. Straziate il mio corpo e divorate con morsi feroci questi visceri scellerati, tutti voi leoni che abitate sotto questa rupe! Ma è da vili limitarsi a desiderare la morte.  

Raccolta la veste, la riempie di baci e portatosi ai piedi dell’albero e si uccide pugnalandosi il ventre. “I frutti della pianta, spruzzati di sangue, divengono scuri, e la radice inzuppata continua a tingere di rosso cupo i grappoli di bacche.” Tisbe torna indietro, superando la paura per incontrare il suo amato. Il colore delle bacche la rende incerta se quello sia l’albero giusto, ma a terra nota il corpo esangue di Piramo. Piange disperata ma poi scorge a terra la propria veste e il pugnale, e capisce cosa è successo.

La tua stessa mano e l'amore ti hanno ucciso, infelice! Ma anch'io ho una mano forte per questa cosa almeno; anch'io ho l'amore: sarà questo a darmi la forza di colpirmi. Ti seguirò nella morte, e si dirà che sventuratissima io sono stata la causa e la compagna della tua fine. E tu che avresti potuto essermi strappato, ahi, soltanto dalla morte, neppure dalla morte potrai essermi strappato.

Chiede poi ai genitori di entrambi di essere seppelliti in un unico sepolcro, e all’albero di serbare il ricordo di questa tragedia mantenendo i frutti cupi in segno di lutto. Detto questo Tisbe si uccide. Ci stupiamo sempre molto di come le preghiere lanciate a caso nell’aria vengano accolte senza problemi; infatti i due giovani vengono bruciati su un’unica pira e riposano insieme felici e contenti. Più o meno.

Così termina il racconto della prima sorella; passa poi la parola a Leucònoe che racconta di uno degli amori di Apollo. Il Sole fu il primo ad accorgersi dell’adulterio di Venere con Marte e, dato che non si fa mai i cazzi suoi, va subito a riferirlo a Vulcano al quale “cascarono le braccia”. La scelta di questa traduzione è per farci capire che quello era l’ennesimo adulterio di Venere? Chi lo sa. Vulcano fabbrica quindi una rete trasparente quasi più di una ragnatela per cogliere nel sacco la moglie e l’amante. Volendo fare un confronto con la mitologia norrena, Vulcano è come i nani, che vengono chiamati dagli dei a creare armi o gioielli strepitosi. Marte e Venere vengono “immobilizzati nel bel mezzo dell’amplesso. […] i due giacevano legati in una posa vergognosa, e qualcuno degli dei meno severi osservò che non gli sarebbe spiaciuto essere svergognato così. Tutti risero, e per lungo tempo questa storia fu sulle bocche di tutti per tutto il cielo.” 

Venere rancorosa decide di vendicarsi, facendo innamorare il Sole follemente di Leucòte. Visto l’incredibile somiglianza con Leucònoe, la narratrice di questa storia, ci chiediamo se questa non sia in realtà una fanfiction. La ragazza era talmente bella da far dimenticare al dio tutte le sue altre amanti (Ovidio ne fornisce una bella lista e a noi è venuto in mente Mambo number 5). Il dio una notte si trasforma nella madre della fanciulla, Eurìnome, e fatte uscire le ancelle le rivela di essere il Sole. La ragazza spaventata subisce violenza senza protestare. “E la vergine, benché atterrita a quella vista inaspettata, vinta dal fulgore del dio subì violenza senza protestare” Clizia, una delle amanti del dio, presa dall’invidia perché “focose erano state con Leucòte le fusioni amorose del Sole” (raga ma la differenza tra amore e violenza non vi è molto chiaro, eh?) racconta a tutti dell’adulterio infamando la rivale, in particolare racconta ciò che è successo al padre di lei che non la prende molto bene. La figlia tenta di difendersi dicendo “mi ha violentato e io non volevo!”, ma lui “la seppellì, crudele, in una fossa profonda, e sopra vi riversò un pesante mucchio di terra.” Questo supplizio era abbastanza comune nell’antica Roma dove le Vestali ree di inadempienza al proprio voto di castità venivano sepolte vive. Il dio tenta di salvarla, ma invano. “Dopo l’incenerimento di Fetonte, fu questa, si dice, la cosa più straziante che il guidatore dei cavalli alati dovete vedere”. Tenta di rianimarla donandole calore con i suoi raggi, ma visto che il destino si oppone ai suoi sforzi, cosparge il luogo della sepoltura con nettare odoroso e le giura che giungerà comunque al cielo. Il corpo si discioglie trasformandosi in incenso. Clizia, abbandonata dal Sole e incapace di consolarsi, rimane nove giorni senza mangiare né bere. Le sue membra finiscono per aderire al suolo, trasformandosi in erba esangue, una parte è rossastra e un fiore viola le ricopre il viso, che rivolge sempre verso il sole. Secondo momento botanica: Leucote è il nome di una pianta che corrisponderebbe a questa descrizione.  

Qui termina il racconto di Leucònoe; alcune sorelle non credono che una tale trasformazione sia possibile ma altre ricordano loro che gli dei possono tutto, almeno quelli veri. Ma bacco non è tra questi. Il terzo racconto è narrato da Alcìtoe, che sceglie una “novità raffinata”. Spiega infatti alle sorelle perché chi si immerga nelle acque della fonte Salmàcide ne esca fiaccato e rammollito. Nelle grotte dell’Ida le Naiadi avevano allevato il figlio di Mercurio e Venere, Ermafrodito. Il nome è l’unione di quelli greci dei genitori, Ermes e Afrodite. Compiuti 3 volte i 5 anni (15 anni, contati come farebbero le mamme pancine), il ragazzo comincia a girare il mondo, incuriosito da ciò che lo circonda. Giunto sulle sponde di un laghetto nei pressi della Lidia e si imbatte in una Naiade, Salmàcide, l’unica a non essere interessata alla caccia. Le sue compagne sono tutte seguaci di Diana, mentre lei no e la cosa viene sottolineata in senso negativo. Visto il ragazzo se ne innamora, ma invece di avvicinarsi lo blandisce con le parole. Cioè gli fa catcalling urlandogli “beato chi ti piglia”. 

Infinitamente più beata di tutti colei che e alla tua fidanzata, se hai una fidanzata, se a qualcuna concederai l’onore di sposarla! Se ce l’hai, sia questa un’avventura furtiva, (non sono gelosa) ma se non ce l’hai, scegli me, e andiamo ad unirci sullo stesso letto!

Il ragazzo arrossisce, non sapendo cosa sia l’amore. I genitori non si sono preoccupati di fargli educazione sessuale. La Naiade continua a insistere chiedendogli baci, ma lui si rifiuta “la smetti? (Desinis?) – disse – altrimenti scappo e lascio te e questo posto!” La Naiade fa allora finta di allontanarsi, nascondendosi tra gli arbusti. Lui pensando di essere solo decide di concedersi un bagno nel lago, e Salmàcide, non sapendo più trattenersi alla vista del corpo nudo del giovane, lo raggiunge afferrandolo, strappandogli baci, palpandogli il petto benché lui si ribelli. Lui tenta di sgusciare via ma lei lo avviluppa come un serpente, come edera o come un polpo (scegliete la similitudine che preferite). “Dibattiti pure, cattivo, ma tanto non sfuggirai. O dei, fate che mai venga il giorno che lui si stacchi da me e io da lui!” Degli dei esaudiscono la preghiera e i due corpi si fondono in uno solo, sia maschio che femmina. Ermafrodito, che era sceso nelle acque come uomo e ora ne usciva come maschio solo per metà chiede ai genitori che chiunque si immerga nelle acque ne esca semiuomo. Loro si commuovono e versano nelle acque un filtro contaminoso. È un po’ come andare a fare il bagno a Rosignano Solvay. E sa un po’ di teoria GiEnDeR!!! In realtà questa conclusione è intrisa di mascolinità tossica, per quanto la reazione di Ermafrodito sia comprensibile. Però di nuovo si parla del femminile come punizione, come con Tiresia.

Il fatto che Ovidio racconti con così tanti particolari la violenza subita da Ermafrodito si ricollega a un discorso che era nato tra noi mentre parlavamo della serie tv Outlander. Le ultime tre puntate della prima stagione sono dedicate alla violenza subita dal protagonista maschile. Ci pare giusto che questo argomento venga affrontato, visto che spesso agli uomini che subiscono violenza non viene dato credito, specialmente se a fargli del male è una donna. Anzi si limita a dirgli “beato tu”, come succede in una puntata di Glee, dove uno dei personaggi confessa di essere stato molestato dalla babysitter. Si basa tutto sull’idea che l’uomo pensi sempre al sesso e sia sempre pronto, in qualsiasi occasione e con chiunque, a farlo. Una delle idee più sbagliate del mondo. In Outlander però l’attenzione che viene data a questa violenza è quasi morbosa, considerando che diverse donne all’interno della serie vengono violentate e il messaggio che passa è “pazienza, all’epoca era una cosa di tutti i giorni non c’è bisogno di farne un dramma”. Che per carità, è vero, ma allora perché utilizzare la violenza maschile come pura pornografia del dolore? Una violenza ha più importanza dell’altra, più attrattiva. Si usano due pesi e due misure. 

Tornando alle Metamorfosi il racconto di Ermafrodito si conclude ma le sorelle continuano a lavorare disprezzando Bacco, quando ad un tratto, tamburelli invisibili e flauti cominciano a suonare e per la stanza si diffonde l’odore di mirra e zafferano. I telai e i fili con cui le sorelle stavano lavorando si trasformano in viti ed edera. Le ragazze vengono trasformate in pipistrelli. Bacco ce l’ha con i guastafeste e gli astemi. Poi ci siamo domandate, ma le vergini che partecipano alle sacre orge, dopo non sono più vergini? O sì perché Bacco è un po’ tipo lo spirito santo? E in effetti il ragionamento fila, perché Gesù trasforma l’acqua in vino, è dalla parte delle sex workers e nessuna persona etero andrebbe in giro con 12 apostoli.

Concludiamo con questa piccola blasfemia (non arrabbiatevi) e vi diamo appuntamento alla prossima. Ciao ciao.

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