Le cose Problematiche: Undicesima puntata – Plutone e Proserpina

Eccoci di nuovo qua, questa puntata è stata apparentemente meno complessa da realizzare ma solo perché Trenitalia ci è venuta incontro. E ho scoperto che esistono stazioni in luoghi a me sconosciuti.

Eravamo rimaste a mezzo della storia delle Muse su come le nove sorelle che le avevano sfidate a una gara di canto fossero state trasformate in gazze. È il turno delle Muse che affidano a una il compito di gareggiare per tutte: 

Calliope si alzò, e raccoltisi con un tralcio d’edera i capelli fluenti, cominciò a saggiare col pollice le corde lamentose e poi, con le loro vibrazioni, accompagnò questo canto

Narra della dea Cerere. Un’isola chiamata Trinacria è ammassata sopra il corpo di un gigante, Tifeo, che tiene schiacciato sotto il proprio peso perché lui aveva tentato di impadronirsi del cielo. Il gigante spesso si dibatte e “inferocito proietta sabbia e vomita fiamme dalla bocca” tentando di liberarsi dal peso delle città e delle montagne; per questo la terra trema, cosa che mette in allarme anche Plutone. “Perfino il re dei morti muti ha paura che il suolo si squarci e che una larga voragine ne schiuda i segreti e che la luce irrompendo semini terrore e confusione tra le ombre”. In una di queste occasioni Plutone era uscito dal suo regno su un carro trainato da cavalli neri per ispezionare le fondamenta della Sicilia. Venere vedendolo vagare dall’alto del suo monte, l’Erice, si rivolge a suo figlio, Cupido, e gli chiede di far innamorare Plutone di sua nipote Proserpina.

Perché il Tartaro deve fare eccezione? Perché non estendi il regno tuo e di tua madre? Si tratta di un terzo del mondo! E invece in cielo, tanta è stata finora la mia pazienza, sono disprezzata, e col mio è sminuito il potere di Amore. Non vedi che Pallade e Diana l’arciera non mi degnano? Anche la figlia di Cerere, se lasciamo perdere, rimarrà vergine.

Quando si parla di tartaro a noi viene in mente il dentista e non sappiamo se sia un bene. Comunque Venere è una Madre Gothel che canta Mother knows best per tentare di conquistare il terzo mondo. Ah, no. Boh il sovraffollamento c’è. Cooomunque, sia mai che una fanciulla possa felicemente rimanere vergine! Questa cosa ci ha fatto partorire un ragionamento che per quanto contrastante fila abbastanza, ovvero: per essere degna degli dei non la devi dare, ma per volere degli dei la devi dare. 

Cupido ubbidisce alla madre e sceglie dalla faretra la freccia più acuminata e sensibile, e, aiutandosi col ginocchio, incurva l’arco e la scaglia nel cuore di Plutone. Ora però vogliamo che Ovidio ci descriva la scala della sensibilità delle frecce di Cupido: com’è la freccia della cotta adolescenziale? E quella dell’amore romantico rispetto alla pura attrazione sessuale? Non si lanciano questa mezze informazioni senza poi approfondire! Nel bosco che circonda le sponde del lago Pergo, Proserpina si diverte a raccogliere viole e gigli che riunisce nella veste, e sfida le compagne a chi ne coglie di più. Plutone “fu quasi tutt’uno – la vide, se ne innamorò e la rapì”. PE-PEM. La ragazza spaventatissima chiama la madre e, nella colluttazione, la tunica si strappa, così che i fiori raccolti cadono a terra “e tanta semplicità c’era nel suo cuore di vergine, che anche la perdita dei fiori le causò dispiacere”. Nel frattempo “il rapitore lanciò il cocchio incitando i cavalli, chiamandoli ciascuno per nome, scuotendo sui colli e sulle criniere le briglie dal cupo colore di ruggine” e giunge allo stretto di Messina. Qui abita la ninfa Ciane, che uscita dalle acque, riconosce la fanciulla e ferma Plutone. 

Non passerete! Non puoi diventare genero di Cerere se Cerere non acconsente. Chiedere la dovevi, e non rapire. E se posso paragonare alle cose grandi le piccole, anch’io sono stata amata, da Anapi, ma mi sono sposata dopo essere stata pregata, e non, come costei, terrorizzata.

Ovidio ha una improvvisa svolta femminista? Oppure sta dicendo che prima di concedersi è bene farsi corteggiare? Speriamo nella prima opzione. Il dio degli inferi tuffa lo scettro regale in fondo alla laguna; si apre un varco fino al Tartaro e il cocchio ci scompare dentro. “Quanto a Ciane, addolorata per il rapimento della dea e perché la sua fonte era stata disprezzata e violata, si portò in silenzio dentro di sé una ferita di cui nessuno poteva consolarla” e si discioglie nelle acque del fiume, prima le parti più fini come i capelli e le dita e poi piano piano il resto del corpo. A noi è venuto in mente il meme del tizio che sta sdraiato in mezzo alle sue lacrime. Intanto Cerere disperata cercava la figlia in ogni luogo e in ogni lago, non riposandosi mai né di notte né di giorno. Accende due torce di pino nell’Etna e tenendole una per mano vaga nella notte. Sfinita dalla fatica e dalla sete, vede una capanna abitata da una vecchia che offre alla dea una bevanda dolce con dentro della polenta arrostita. Allora, intanto non è mai bene fidarsi delle vecchine che abitano da sole in mezzo al bosco, come ci insegnano i fratelli Grimm, secondo voglio bere (mangiare?) questa pietanza perché sembra buonissima. Un bambino sfacciato le si piazza davanti e ridendo di lei la chiama ingorda, la dea gli versa addosso il resto della bevanda e lui si trasforma in un geco. Punizione più che giusta. La dea continua a vagare per tutto il mondo, per poi tornare in Sicilia; arriva da Ciane, ma questa ormai disciolta non può raccontarle cosa era successo. Le offre però un indizio: la cintura della figlia che era caduta in acqua. La madre capisce che Proserpina è stata rapita ma ancora non sa dove si trovi. Inveisce contro le terre “chiamandole ingrate e indegne del dono delle messi”. Spezza allora gli aratri, fa morire contadini e buoi, guasta i campi e i semi.

La fertilità di quella regione, decantata in tutto il mondo, è smentita e distrutta: le messi muoiono appena germogliano, ammalandosi per troppo sole o per troppa pioggia, gli astri sfavorevoli e i venti le rovinano, gli uccelli ingordi beccano i semi nei solchi; il loglio e i rovi e la gramigna inestirpabile soffocano il frumento.

Allora Aretusa (un fiume) Dice a Cerere di non prendersela con la terra che gli è stata fedele ma che ha dovuto aprirsi davanti al rapitore. Dice poi che non la sta supplicando perché la Sicilia sia la sua patria, ma che anzi è straniera perché proviene da Pisa; (quindi molto probabilmente è una nutria) è però molto affezionata a quella ragione perché lì abita adesso, le chiede quindi di risparmiarla. Lei è un fiume sotterraneo, quindi passando nelle caverne e tra i gorghi dello Stige (prende la metro) ha visto Proserpina, triste e un po’ spaventata “e tuttavia regina, signora del mondo buio, potente consorte del sovrano dell’Averno”. Quindi dai, non è stata sedotta e abbandonata! Plutone se l’è sposata! Che lei si sia fatta rispettare usando la famosissima frase latina (che però ha sicuramente origini etrusche): If you liked it then you shoulda put a ring on it? Siamo tutte con te ragazza! A queste parole però la madre rimane di sasso. Perseo è colpa tua di nuovo? passato lo stordimento si reca da Giove, scompigliata e incazzata.

Vengo a pregarti, Giove, per il sangue mio nonché tuo. Se io madre non conto nulla, commuoviti comunque per tua figlia; e spero che il fatto che l’abbia partorita io non ti induca a curartene di meno! […] Che sia stata rapita, pazienza! Purché lui la renda! Tua figlia non può infatti sposare un predone, anche se per caso come figlia mia potesse!

Tale madre tale figlia raga! Cerere è una Bad Bitch e la cosa ci piace. Giove le risponde: 

Tutti e due siamo legati da affetto e senso di responsabilità a questa figlia. (Paga gli alimenti?) Ma se vogliamo dare alle cose il loro vero nome, qui non si tratta di un’impresa malvagia, ma proprio di amore, e io non mi vergognerò di un genero così, naturalmente se tu acconsenti, o dea. Anche se gli mancasse il resto, che titolo essere fratello di Giove! Ma il resto poi non gli manca, (in che senso?) e se mi è inferiore, è solo per il regno che gli è toccato in sorte. Comunque, se desideri tanto che si separino, Proserpina tornerà a vedere il cielo, ma a una condizione ben precisa, che laggiù non abbia portato alla bocca nessun cibo. Così infatti hanno stabilito le Parche.

Ma Persefone aveva mangiato sette chicchi da una melagrana del giardino degli inferi. L’unico a vederla era stato Ascalafo, che fa la spia; Cerere lo trasforma allora in un uccello del malaugurio, un gufo. Non siamo d’accordo, i gufi ci piacciono molto. A subire una trasformazione sono anche le ancelle di Proserpina, che dopo averla cercata per tutta la terra, chiedono agli dei di essere trasformate in uccelli per poter cercare la fanciulla sorvolando l’acqua del mare. Gli spuntano le ali, ma il viso rimane quello di fanciulle perché possano continuare ad ammaliare le orecchie con il loro canto. Sono le sirene che nell’antichità invece di avere la coda di pesce erano per metà uccelli. Giove fa da mediatore tra Plutone e Cerere, l’afflitta sorella (sì, erano tutti parenti e noi ancora non l’abbiamo superata) e 

Divide il giro dell’anno in due parti uguali: ora Proserpina, divenuta una divinità comune ai due regni, sta tanti mesi con la madre e altrettanti col marito. E subito essa cambia, di spirito e d’aspetto: se fino a poco prima poteva apparire troppo cupa perfino a Plutone, ora sulla fronte le brilla la gioia.

Siamo sicuri che Persefone non l’abbia mangiati di proposito i chicchi di melograno per poter fare la gothic queen per l’eternità? Perché la capiremmo. E comunque di questa storia vogliamo la versione cartone animato, con questo Ade. Perché se lo merita.

Cerere finalmente contenta di aver recuperato la figlia, torna da Aretusa per chiedergli quale sia la sua storia. Lei esce dalle acque “e strizzatisi con la mano i verdi capelli racconta dell’antico amore del fiume Alfeo”. Ovidio e il suo kink per i capelli, che rispettiamo moltissimo. Lei era una Ninfa con fama di essere bella ma “malgrado le lodi, il mio aspetto non m’inorgogliva, e mentre le altre di solito ne godono, io, semplice e scontrosa, arrossivo delle mie doti fisiche, e, se piacevo, mi pareva una colpa.” Cioè sta dicendo “Perché io non sono come le altre!”. Calmati zia. In una giornata afosa, decide di farsi un bagno in un fiume, ma da sotto i gorghi sente provenire una voce; spaventata sale sulla riva più vicina. “ – Dove vai così in fretta, Aretusa? –, e ancora – Dove vai così in fretta? –, mi aveva detto, con voce roca, l’Alfeo dalle sue acque”. Dove vai bellezza in bicicletta? E Quanta fretta ma dove corri? Lei fugge nuda, dato che i vestiti erano rimasti sull’altra sponda, e lui la insegue. “Tanto più lui m’incalzava e s’infiammava, e poiché ero nuda, gli sembravo più pronta”. Corrono a lungo per campi e monti, per rocce e rupi, poi sfinita dalla fatica chiede aiuto a Diana di cui era scudiera. E questa, senza sprecarsi minimamente, stacca una nube da un banco e la getta su di lei che riamane nascosta nella foschia. Alfeo non la vede ma continua a cercarla, senza andarsene. Non mollano mai questi, oh. Lei è spaventatissima e un sudore freddo comincia a colarle da tutto il corpo formando una pozza ai suoi piedi e piano piano si tramuta in acqua. “Ma allora il fiume riconosce nell’acqua l’amata, e lasciato l’aspetto umano che aveva preso, torna a essere quello che è, una corrente, per mescolarsi a me.” La dea apre uno squarcio nel terreno e passando per oscure caverne Aretusa arriva a Ortigia, dove torna all’aria aperta. Ecco scoperto come i fiumi possano avere figli e nipoti: possono prendere forma umana, un po’ tipo Haku de La città incantata.

Cerere finito il racconto lega al suo cocchio due serpenti e vola verso la “città della dea del Tritone”. (Atene) Qui consegna il carro a Triptolemo insieme a dei semi “Consigliandogli di spargerne una parte nel suolo vergine, e una parte, dopo lungo tempo, nel suolo già così coltivato”. Il giovane vola sopra l’Europa e l’Asia per poi atterrare in Scizia, nel palazzo del re Linco. Il ragazzo spiega di essere arrivato volando e di portare con sé i doni di Cerere. Il re preso dall’invidia decide di attaccarlo nel sonno, ma mentre sta per trafiggergli il petto viene trasformato da Cerere in una lince. Ora però tra tutti gli animali proprio una lince? Ma non era meglio, che so, un topolino? Siamo sicuri che gli dei siano in grado di scegliere in che animale trasformare le proprie vittime? Che non funzioni tipo gli animagus che si trasformano in base al proprio animale interiore o qualcosa del genere? Bah.

La gara di canto è finita e le Ninfe decretano le Muse vincitrici; le perdenti lanciano insulti e le muse le puniscono trasformandole in “insolenti abitanti dei boschi: gazze. Ancor oggi è rimasta in loro, anche se uccelli, l’originaria facondia: una roca loquacità, una mania smodata di ciarlare”.

E con le gazze infami che picchiano i miei gatti e fanno un gran casino nel mio giardino per tutta la primavera/estate vi salutiamo e vi diamo appuntamento alla prossima puntata. Fate attenzione agli uccelli.

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