Le cose Problematiche: Dodicesima puntata – Aracne e Niobe

Rieccoci giunte dopo due settimane di pausa. Riuscire a superare Halloween è sempre complesso. Comunque. Dove erimo rimaste? 

Le Muse avevano raccontato ad Atena della loro gara di canto con le sette sorelle, poi trasformate in gazze per punizione. La dea le elogia e trova giusta la loro ira, decide quindi di voler essere lodata pure lei andando a rovinare la vita a Aracne della Meonia, che secondo alcune voci si vantava di essere brava quanto lei nell’arte di lavorare la lana. La ragazza non era famosa per ceto o lignaggio ma perché era un’artista; è come quando dicono che unə amicə è simpaticə o un tipo. Oppure per citare TikTok: «She never looked “nice”. She looked like art, and art wasn’t supposed to look nice; it was supposed to make you feel something.» Il padre tingeva la lana col porpora, la madre era morta, ma era anche lei una popolana. Ovidio ci tiene a darci queste informazioni per farci capire che in realtà Aracne è una principessa Disney. Nonostante le umili origini, Aracne si era fatta un nome in tutta la Lidia e per vedere i suoi meravigliosi lavori le ninfe lasciavano le loro dimore. Ci dice Ovidio, non solo per vedere i tessuti finiti, ma anche per assistere a quando li creava perché era un vero e proprio spettacolo. Quindi una sorta di happening o di fiera dell’artigianato.

Sia che agglomerasse la lana greggia nelle prime matasse, sia che lavorasse di dita e sfilacciasse uno dopo l'altro con lungo gesto i fiocchi simili a nuvolette, sia che con l'agile pollice facesse girare il liscio fuso, sia che ricamasse, si capiva che la sua maestria veniva da Pallade.

Aracne però sostiene di no e vuole che la dea gareggi con lei. Atena quindi si traveste da vecchia; come Giunone con Semele, ecco da dove è venuta ai fratelli Grimm l’idea per Biancaneve. Si mette una parrucca bianca e usa un bastone (come unə qualunque cosplayer al comics), e le dice che con la vecchiaia cresce l’esperienza e che quindi dovrebbe darle retta: non dovrebbe competere con la dea ma chiederle perdono. In pratica è la tipica vecchina ficcanaso che fornisce consigli non richiesti. Aracne la guarda male e si trattiene a stento dal menarla; la ragazza ha evidenti problemi di gestione della rabbia. Le risponde: “O Scimunita, smidollata dalla lunga vecchiaia, vivere troppo eccome se rovina! Queste cose valle a dire a tua nuora, se ne hai una, valle a dire a tua figlia, se ne hai una!” La dea quindi si palesa, tutti si spaventano tranne la vergine che tuttavia trasalisce. Le due decidono quindi di gareggiare.

Subito si sistemano una da una parte, l'altra dall'altra, e con gracile filo tendono ciascuna un ordito. L'ordito in alto è legato al subbio, il pettine di canna tiene distinti i fili, La spola appuntita inserisce la trama, con l'aiuto delle dita, e i denti intagliati del pettine, dando un colpo, comprimono la trama passata tra un filo e l'altro. […] Mettono nel tessuto porpora che ha conosciuto la caldaia a Tiro, e sfumature delicate, distinguibili appena: così, quando la pioggia rifrange i raggi solari, l'arcobaleno suole tingere con grande curva, per lungo tratto, il cielo, e benché risplenda di mille diversi colori, pure il passaggio dall'uno all'altro sfugge all'occhio di chi guarda, tanto quelli contigui si assomigliano, sebbene gli estremi differiscano. Anche intridono i fili di duttile oro, e sulla tela si sviluppa un'antica storia.

Ovidio ci tiene a fare il divulgatore scientifico e descriverci come si faceva a ricamare nell’antica Roma. Atena dipinge l’Areopago dove 13 dei, “sei dei più sei, e Giove nel mezzo”44 gatti in fila per 6 con il resto di due, siedono su alti scanni, tutti ben riconoscibili. Il Dio del mare è in piedi mentre colpisce una roccia col tridente e fa balzare fuori un cavallo; raffigura sé stessa con lo scudo, la lancia, l’elmo e l’armatura mentre dalla terra colpita nasce una pianta d’olivo. Ai quattro angoli dipinge: Rodope di Tracia ed Emo; Antiope, rivale di Giunone che aveva trasformato in una gru; Antigone, che Giunone aveva trasformato in cicogna; (pure ornitologa?) Cinira, padre che ha perso le figlie. Sostanzialmente tutta gente che è stata punita dagli dei, giusto per far capire ad Aracne cosa sarebbe capitato a lei di lì a poco. “Contorna i bordi con rami d’olivo, segno di pace, e così conclude l’opera, con la pianta che le è sacra”. Quanto può essere contraddittorio il fatto che lei, dea guerriera, abbia come simbolo l’ulivo che rappresenta la pace? 

Aracne, dal canto suo, disegna gli amori (se così li vogliamo chiamare) degli dei. Abbiamo quindi: Europa ingannata dal Toro; Asterie rapita dall’aquila; Leda sotto le ali del cigno; Giove che sotto le spoglie di un satiro “ingravida di due gemelli la bella figlia di Nicteo”; che si finge Anfitrione per possedere Alcmena di Tirinto; “che fattosi oro inganna Danae, fattosi fuoco la figlia dell’Asopo, pastore Mnemosine, screziato serpente la figlia di Cerere”. Qui però il dubbio è: prima o dopo che si fosse sposata con Plutone? E se è stato dopo, lui come l’ha presa? Vorremmo poi comunque ricordarvi che Proserpina è sua figlia. Ma forse era meglio non richiamare questo piccolo particolare. Si passa poi a Nettuno: “in figura di torvo giovenco essa ti pone sopra alla vergine figlia di Eolo. Tu appari come Enipeo, generi gli Aloidi; come montone, inganni la figlia di Bisalte. Nella vecchia fattoria ia-ia-o. Anche la mitissima madre delle messi, dalla bionda chioma, ti conobbe stallone; la madre del cavallo volante, dalla chioma di serpi, ti conobbe alato; Melanto ti conobbe delfino.” Non mancano neanche Febo e Bacco che “sedusse Erigone trasformandosi in uva, e come Saturno, fattosi cavallo, procreo il biforme Chirone.” Ancora una volta ci viene in mente Loki e va bene, ma la domanda che sorge spontanea è: come si fa a sedurre qualcuno diventando dell’uva? Purtroppo non abbiamo maggiori dettagli perché Ovidio è l’unico a parlare di questa storia.  

Sul bordo disegna fiori intrecciati ai rami d’edera. Né Atena, né la Gelosia potevano trovare qualcosa da criticare nell’opera, ma la dea ci rimane malissimo e fa a brandelli la tela. Ci chiediamo se sia gelosa della bravura di Aracne oppure se sia perché le colpe degli dei sono state esposte senza pudore. Per punirla colpisce con una spola di legno quattro volte la fronte di Aracne. La ragazza non lo tollera e tenta di suicidarsi infilandosi un cappio al collo; vedendola in quello stato Pallade ha compassione (o voglia di fargliela pagare) e la salva, condannando però lei e la sua stirpe essere trasformati in ragni. Disonore su di te! Disonore sulla tua mucca! 

Prima di andarsene la spruzzò di succhi di erbe infernali, e subito al contatto del terribile filtro i capelli scivolano via, e con essi il naso e gli orecchi; e la testa diventa piccolissima, e tutto il corpo d'altronde si rimpicciolisce. Ai fianchi rimangono attaccate esili dita che fanno da zampe. Tutto il resto è pancia: ma da questa, Aracne riemette del filo e torna a rifare – ragno – le tele come una volta.

Non so voi ma a scuola mi avevano raccontato una versione diversa di questa storia, senza spolate in testa e tentati suicidi. Ma ok. La notizia si sparge per tutto il mondo, la viene a sapere anche Niobe che prima di sposarsi aveva conosciuto Aracne. Questa storia però non basta a farla ragionare, e non farla competere con gli dei. Era infatti molto superba, in particolare della propria prole. “Avrebbe potuto ben essere detta, Niobe, la madre più felice del mondo, se tale non fosse parsa a sé stessa.” Questa frase ci è suonata come “Decidi da te stesso cosa tu stesso debba fare” Manto, figlia di Tiresia e indovina pure lei (Tale padre, tale figlia. Che poi l’avrà avuta quando era sotto forma di donna?), aveva detto alle donne di Tebe di offrire incenso e preghiere a Latona e ai suoi figli; loro obbediscono. Niobe, con un grandissimo seguito e splendidamente vestita, era “per quanto lo consente l’ira, bella. Al moto della sua testa elegante ondeggiano i capelli sparsi sulle spalle.” Perché se Ovidio non descrive i capelli di qualcuno ogni tre righe non è contento. Si rivolge arrabbiata alla folla chiedendo perché si adori Latona e non lei, che è figlia di Tantalo e di una delle Pleiadi; Atlante è suo nonno, l’altro è Giove, che è anche suo suocero. (What? Si è sposata lo zio?) Lei regna sul Popolo della Frigia, ed è signora della Reggia che fu di Cadmo, che piena di tesori. (E quindi?) In più ha l’aspetto di una dea e soprattutto ha 7 figlie e 7 figli. (sette spose per sette fratelli

Latona è la figlia di Ceo, un Titano qualunque, e è stata respinta da cielo, terra e mare quando doveva partorire; solo l’isola di Delo le ha offerto un instabile rifugio. Lei poi ha solo due figli “Un settimo di quelli che ho partorito io!” Niobe dice di essere felice e tranquilla “troppo grande sono perché la Fortuna mi possa nuocere: anche se mi togliesse molto, sempre molto di più mi rimarrebbe. Così tanto, ormai, possiedo, che non ho nulla da temere. Mettiamo che questi miei figli – un vero popolo – diminuiscano un po’; per quanti mi se ne tolgano, mai sarò ridotta ad averne due – che folla! – Come Latona.” Come ben potete immaginare, sono le ultime parole famose. Ma poi secondo Niobe se una non ha figli non è una vera donna? Zia ripigliati. I sudditi intimoriti lasciano la cerimonia a metà e la dea si indigna; parla con i suoi figli, dice di essere felice di averli procreati e che non cederà a nessuna dea tranne che Giunone. Gli chiede di vendicarsi delle ingiurie contro di lei e Febo e Diana corrono ad eseguire. 

Sotto le mura della città c’era un campo battuto continuamente da cavalli, dove le zolle sono più morbide. Qui i figli di Niobe e Anfione Cavalcavano felici. “Uno di essi, Ismeno, che a suo tempo era stato il primo fardello di sua madre, mentre fa correre in cerchio perfetto il quadrupede tirando col morso la bocca schiumosa, «Ahi!» grida, e porta una freccia ficcata in mezzo al petto; lascia cadere le briglie dalla mano morente, e scivola giù sul fianco destro, lentamente.” Il fratello Sipilo scappa: “galoppa, galoppa, ma una freccia lo insegue, inesorabile, e gli si pianta vibrando nella nuca: dalla gola rispunta il ferro nudo.” Che sia la freccia di Guardiani della galassia? Fedimo e Tantalo, dopo la cavalcata erano passati agli esercizi in palestra, facevano la lotta. “Una freccia scatta dal nervo teso e li trapassa, così uniti, tutti e due. Insieme emettono un gemito, insieme si accasciano al suolo contratti dal dolore, insieme distesi stralunano gli occhi, insieme esalano l’ultimo respiro.” Il fratello Alfenore Corre ad abbracciare i corpi già freddi e li cade: “il Dio di Delo infatti gli squarcia il petto a fondo con una freccia portatrice di morte, e quando lui la estrae, parte del polmone vien via infilata all’ uncino, e il sangue si spande fuori insieme alla vita.” Due ferite sono inflitte a Damasictone, colpito prima alla coscia e poi alla gola. L’ultimo, Ilioneo, tenta inutilmente di pregare: “l’arciere divino si commuove, ma ormai la freccia non può più tornare indietro. È però una ferita minima ad ucciderlo, poiché la freccia colpisce il cuore, ma non profondamente.”

La madre rimane sbigottita, è incredula che gli dei abbiano potuto fare una cosa del genere, ha un aspetto tale da fare compassione anche a un nemico; “dal canto suo, il padre, Anfione, immediatamente si caccia una lama nel petto ponendo fine ai suoi giorni e al suo strazio.” Niobe distribuisce gli ultimi baci ai figli e poi si rivolge alla dea: “Pasciti, crudele Latona, del mio dolore, e sazia il tuo cuore feroce! – dice – Vado Alla tomba con sette funerali. Esulta e trionfa, nemica, che hai vinto! Ma poi, perché hai vinto? Resta più sempre a me, nella mia sciagura, che a te nella tua felicità. Anche dopo tutti questi morti, ti supero!” Certo che proprio non ha imparato a stare zitta. Si sente infatti vibrare una corda d’arco e le sette sorelle vestite di nero e con i capelli sciolti, che piangevano sopra i corpi dei fratelli vengono uccise. Niobe Rimasta ormai sola si irrigidisce per il dolore. “Perfino la lingua – anche quella – le si congela dentro col palato indurito, e le vene perdono la capacità di pulsare. Il collo non può più piegarsi, le braccia non rispondono più, il piede non può più camminare. Anche tra i visceri tutto è pietra.” continua però a piangere e viene trasportata via da un turbine di vento che la porta nella sua terra Natale. Lì sopra un Monte si strugge e ancora oggi dal marmo trasudano lacrime. In pratica è una comune statua della Madonna che piange lacrime e sangue. Ma dato che è fatta di marmo ci chiediamo: sarà di Carrara? 

E con questa domanda senza risposta certa concludiamo la puntata. Ci sentiamo settimana prossima, tanti bacini e miele a volontà a tuttə voi.  

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