Le cose Problematiche: Tredicesima puntata – Filomela e le rane

Eccoci qua, quasi puntuali, con la nuova puntata, che riparte dalla sfortunata vicenda di Niobe, che per essersi vantata un po’ troppo, vede morire tutti e quattordici i suoi figli per ordine di Latona.

Dopo questa vicenda tutti, uomini e donne, temono l’ira divina, e pregano con ancora più zelo la madre dei due gemelli. La storia recente richiama quelle passate, e quindi “dice uno” (e quibus unus ait) di aver saputo di un fatto simile avvenuto nelle campagne della Licia, dove dei contadini avevano disprezzato la dea. Un contadino racconta di aver visto lo stagno e il posto famosi per questo prodigio, infatti era andato laggiù per comprare dei buoi e si era fatto accompagnare da uno di quella regione. Mentre perlustravano i pascoli, capitano davanti a un lago al centro del quale spunta un antico altare annerito dai molti sacrifici, cosa che a noi ricorda un po’ un racconto gotico; la guida sussurra “Siimi propizia” e il contadino lo copia. Chiede poi di chi fosse quell’altare, e la guida gli racconta che Latona, dopo essere stata messa al bando dalla consorte di Giove, e aver partorito sull’isola di Delo, scappa per sfuggire a Giunone. Giunta in Licia, è ormai sfinita dalla lunga corsa e ha la gola secca per la sete e la calura. Vede in fondo a una valle un laghetto dove dei contadini “raccoglievano vimini a mazzi, e giunchi, ed alghe amiche delle paludi.” La dea si avvicina e si inginocchia per bere ma i contadini glielo impediscono.

Perché non volete che tocchi l'acqua? Tutti hanno diritto all'uso dell'acqua. La natura non ha fatto di proprietà privata né il sole né l'aria e neppure la fluida acqua. È a un bene pubblico che mi sono accostata, e ciononostante vi chiedo di darmene come si chiede un favore.

Latona compagna comunista. Loro però non si impietosiscono “e aggiungono minacce, se non se ne va, e per di più anche ingiurie. E come se non bastasse intorbidano perfino il lago con piedi e mani, e con perfidi salti smuovono dal fondo dei gorghi il molle fango di qua e di là.” La dea presa dalla collera rivolge i palmi delle mani verso l’alto e dice “che viviate in eterno in questo stagno”, quelli si trasformano in rane:

Ma ancora sfogano le loro linguacce a litigare, e senza nessun pudore, anche stando sott'acqua, sott'acqua si sforzano di imprecare. Anche la voce ormai è roca, le guance si gonfiano, tumide, e le stesse ingiurie dilatano le bocche già larghe. Le spalle toccano la testa: il collo sembra soppresso. Il dorso è verde; il ventre, che è poi quasi tutto il corpo, è bianchiccio. E sguazzano nelle acque fangose, rane nuove.
Che fine hai fatto? 
Ti sei sistemato?  
Che prezzo hai pagato? 
Che effetto ti fa? 
Vivi ancora in provincia? 
Ci pensi ogni tanto alle rane?

Dopo che quel tale ebbe finito di raccontare la sua storia ad un altro venne in mente del satiro che fu vinto in una gara di flauto da Febo e punito per questo. “Urlava, e la pelle gli veniva strappata da tutto il corpo, e non era che un’unica piaga: il sangue stilla dappertutto, i muscoli restano allo scoperto, le vene pulsanti brillano senza più un filo di epidermide; gli potresti contare i visceri che palpitano e le fibre traslucide del petto.” Solo noi pensiamo a “Esplorando il corpo umano”? I satiri, suoi fratelli e tutti quelli che su quei monti facevano pascolare le mandrie cornute (soprattutto Giunone) lo piangono, il suolo si inzuppa delle lacrime che vengono trasformate in un corso d’acqua; così nasce il fiume Marsia, “il più limpido fiume della Frigia.” Dopo questi racconti la gente torna a piangere Anfione e a prendersela con Niobe. L’unico a piangere per lei fu Pelope, che si straccia le vesti dal petto mettendo in mostra l’omero sinistro, in avorio. (Chi è? Bucky?) Infatti racconta Ovidio che “il padre squartò Pelope con le sue mani, ma gli dei lo rimisero insieme: ritrovati tutti i pezzi, mancava solo quello che sta tra la gola e l’inizio del braccio. Fu applicato dell’avorio, al posto della parte sparita, e Pelope così ritornò intero.” Storia che personalmente ci ha ricordato quella di Iside e Osiride.

A Tebe si recano i dignitari dei paesi limitrofi per portare conforto, solo Atene si astiene a causa della guerra che minacciava le sue mura. Tereo viene in aiuto con il suo esercito, sgomina le truppe e si fa un gran nome, essendo potente per ricchezze e per uomini, e discendendo da Marte. “Pandione lo imparentò a se dandogli Progne in sposa. (Che frase orrenda, progne cos’è? Merce di scambio?) Ma né Giunone che protegge i matrimoni (e ci chiediamo in che modo) né Imeneo (Dio dei matrimoni) e nemmeno una delle Grazie furono presenti a quelle nozze. Furono le Furie a reggere le fiaccole, fiaccole sottratte a un funerale; furono le Furie a preparare il letto, e un gufo immondo calò sul tetto e si appollaiò proprio sopra la camera nuziale.” Con questi funesti auspici si uniscono i due, da cui nasce Iti. Che è o il bambino di Shining oppure l’Anticristo. Passati cinque anni Progne chiede al marito di andare a trovare la sorella o di portarla da lei. Lui quindi naviga dal suocero dove viene accolto cordialmente. La sentite la musica inquietante in sottofondo? Anche Pooh che era un orsetto di poco cervello, capì che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Ad un certo punto appare Filomela con uno sfarzoso abbigliamento e Tereo si infiamma di passione. “Lei è splendida, è vero, ma lui è stimolato anche da un innata libidine, che la gente di quelle regioni è incline alla lussuria. Divampa per un vizio comune alla sua gente e suo proprio.” Quindi non è colpa sua, è che ce l’ha nel sangue. Poverino. Inizialmente pensa di comprarsi il favore della nutrice oppure di rapirla e difenderla con la guerra ma poi cambia idea. Chiede al suocero di poterla portare con sé a casa perché la sorella vuole vederla, giunge perfino alle lacrime. La stessa Filomela lo asseconda chiedendo al padre di lasciarla andare. “Tereo la contempla e più la guarda più pregusta di palparla, e quei baci e abbracci che vede sono altrettanti stimoli e torce ed esche per la sua passione, e ogni volta che essa si stringe al padre vorrebbe essere – empio per empio – il padre.

Il padre finisce col cedere alla richiesta delle figlie. Dato che ormai è sera “si imbandisce un banchetto regale, si serve Bacco in oro” e poi tutti vanno a dormire, tranne Tereo che ribolle per la passione per Filomela e non riesce a prendere sonno. Il giorno dopo si preparano a partire e Pandione si raccomanda al genero di proteggere la figlia e farla tornare al più presto. Si salutano con lacrime di commozione e il padre le dice addio per l’ultima volta, “angosciato da un triste presentimento”. Tereo esulta tra sé “e a stento rinvia i suoi godimenti, incivile, e mai distoglie lo sguardo da lei, non diversamente dall’uccello sacro a Giove quando ha deposto nel suo nido inaccessibile la lepre ghermita con gli adunchi artigli: per la rapita non c’è di scampo, il rapace contempla la sua preda.” quell’incivile suona un po’ come “ehi tu porco, levale le mani di dosso!” E comunque ci sentiamo di dedicare a Tereo: pezzo di me. Finito il viaggio tutti sbarcano a terra e Tereo trascina Filomela in una grande stalla sperduta nel bosco dove la rinchiude. “Le confessa la sua nefanda passione, e la violenta – lei vergine, e sola – nonostante che invochi disperatamente il padre, disperatamente la sorella e, soprattutto, i grandi dei.” Lei gli dice

Tutto hai sconvolto! Io sono diventata l'adultera che tradisce la sorella, tu bigamo, e ora è giusto che mi puniscano come una nemica. Perché non mi strappi quest'anima, o perfido, in modo da andar fino in fondo sulla via del delitto? E oh se lo facevi prima di questo coito scellerato! Almeno sarei stata un'ombra immacolata! Ma se gli dei del cielo vedono queste cose, se la potenza degli dei è qualcosa, se non tutto è finito col mio onore, un giorno me la pagherai! Io in persona, gettato da parte il pudore, racconterò alla tua impresa.

Il re è preso dall’ira e dalla paura, agguanta Filomela per i capelli e la incatena. La ragazza spera di morire ma lui le afferra con una tenaglia la lingua e gliela mozza con la spada. “Perfino dopo questo misfatto – mi rifiuto quasi di crederlo – Tereo, a quanto si dice, sfogò ancora più volte la sua lussuria su quel corpo martoriato.” Dopo questo si ripresenta a corte dove la moglie gli chiede notizie della sorella e lui piangendo le racconta che è morta. Dopo un anno Filomela è sempre rinchiusa nella stalla, ma escogita un modo per contattare la sorella: “essa allaccia un ordito ha un primitivo telaio, e su tela bianca ricama dei caratteri porporini con i quali denuncia il crimine. Terminato il lavoro, lo affida una donna pregandola a gesti di portarla alla regina. […] La consorte del malvagio re srotola la tela, e – incredibile che ci riesca – non fiata.” Progne comincia a pensare alla vendetta, durante la festa triennale di Bacco si acconcia come per partecipare all’orgia “capo coperto di tralci, una pelle di cervo pendente sul fianco sinistro, un’asta leggera appoggiata sulla spalla.” Si lancia nei boschi con le compagne, arriva alla stalla dove è nascosta la sorella, la rapisce e la veste da baccante per poi condurla nel palazzo. Filomela trema, si sente un’adultera e non osa alzare gli occhi verso la sorella; Progne trabocca d’ira e dice di essere pronta a qualunque empietà pur di vendicarsi: “o incendierò la reggia con le torce e getterò quel manigoldo di Tereo in mezzo alle fiamme, o gli strapperò con la spada la lingua o gli occhi e quel membro che ti ha rapito il pudore, o gli farò buttar fuori quell’anima criminale attraverso mille ferite.” In quel momento arriva verso di lei Iti e al vederlo così somigliante al padre, le viene un’idea e si prepara a compiere un truce delitto. In realtà quando il figlio le lancia le braccia al collo e la bacia, la madre si commuove, ma poi guardando la sorella e la voglia di vendetta ritorna: “è un delitto la bontà con un marito come Tereo!” Progne trascina via Iti e in una parte remota della Reggia lo uccide per poi farlo a pezzi. Una parte la cuoce nel calderone di rame, l’altra lo fa lo spiedo. Con queste pietanze imbandisce la tavola al marito che non sospetta nulla; la moglie fa allontanare la servitù con la scusa di un rito nel quale soltanto il marito può partecipare. Tereo cena e quando chiede del figlio, “Progne non riesce più a dissimulare la sua gioia feroce, e smaniosa di annunciargli di persona lo scempio esclama «quello che chiedi lo hai dentro!»” Lui non capisce si guarda intorno e lo chiama e a quel punto “Filomela così com’è, con i capelli lordati dal furioso macello, irrompe e scaglia in faccia la testa sanguinolenta di Iti”. Il re rovescia la tavola invoca le furie “e ora vorrebbe squarciarsi il petto per ributtare fuori, se possibile, lo spaventoso cibo, i visceri ingoiati, ora piange e chiama sé stesso sepolcro miserabile del figlio. Ora con la spada sguainata insegue le due figlie di Pandione.” Tutti e tre si trasformano: una in un pettirosso, l’altra si dirige verso il bosco, e Tereo diventa un’upupa. 

La tragedia uccide Pandione prima del tempo e il governo passa ad Eretteo che aveva 8 figli, quattro maschi e quattro femmine, due delle quali erano molto belle e furono amate una da Cefalo, e l’altra da Dio Borea. Quest’ultimo però a causa della storia di Tereo “dovette attendere a lungo prima di avere l’amata Oritiia. Questo finché si limita chiederla e finché preferì usare le preghiere piuttosto che la forza.” Lui che con le buone non concludeva nulla e al quale l’ira era anche troppo consueta dice: “a me si conviene la violenza: con la violenza scaccio le tristi nuvole, con la violenza sconvolgo il mare e abbatto le querce nodose e indurisco la neve e tempesto di grandine la terra.” Decide quindi di rapire l’amata che “divenne consorte del gelido signore, e madre: partorì due gemelli, i quali, per tutto il resto, avevano preso da lei, ma avevano le ali del padre.” Ci dice Ovidio che le ali non nacquero con loro ma che spuntarono insieme alla barba “e quando così la puerizia cedette il passo alla giovinezza, essi partirono assieme ai discendenti di Minia alla ricerca del vello raggiante di fiocchi lucenti, sul mare ancora sconosciuto, a bordo della prima nave.

Ma questa è un’altra storia e ve la raccontiamo la prossima volta. Mi raccomando ricordatevi delle rane nel frattempo. 

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