Dopo Crimson Peak – Tv series with gothic vibes

Pensavate avessimo finito con i consigli gotici non richiesti? E invece no! Ne abbiamo ancora, ma questa volta sotto forma di serie tv. Ecco, quindi, una lista di contenuti che ci fanno pensare, in maniera più o meno sensata, alla terribile storia della settimana: 

Dove trovarlo? Sky! 

Cominciamo dalla serie che si accosta forse in maniera più coerente a Crimson Peak. Penny Dreadful, il cui titolo fa riferimento ai racconti di paura pubblicati periodicamente nel Regno Unito nel XIX secolo, racchiude un po’ tutto quello che avevate trovato nei nostri consigli cinematografici e quando dico tutto, intendo proprio tutto. Ispirata al già citato La Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore, la serie di John Logan ci riporta ancora una volta nella Londra vittoriana degli strani e sanguinosi omicidi, dei gentlemen e di tutte quei personaggi che hanno definito i romanzi gotici del tempo. Ritroviamo Victor Frankenstein (Harry Treadaway) e la sua creatura (Rory Kinnear), Mina Murray (Olivia Llewellyn), il bellissimo Dorian Gray (Reeve Carney) e persino l’anziano Van Helsing (David Warner), ma questa volta le loro storie riprenderanno l’oscurità che le caratterizza. Il fulcro dell’attenzione, però, è la tormentata Signorina Hives, interpretata dalla bravissima Eva Green, che probabilmente mette in scena una delle sue migliori performance propri qui, tra le pagine del libro sbiadito che è Penny Dreadful. Vanessa Hives e Sir Malcom Murray (Timothy Dalton) hanno un’unica missione per riscattare le proprie colpe: salvare la povera Mina, vittima di un’oscurità che ha forma di vampiro, ma di cui non ci è chiaro il vero volto. Per farlo, però, avranno bisogno di alleati che troveranno proprio nel Dottor Frankenstein e nel pistolero americano Ethan Chandler (Josh Hartnett).  

Questa serie è uno degli esempi di come, più spesso di quanto si voglia ammettere, certe storie debbano giungere a una fine e non proseguire vuote e strascicate per dovere verso il denaro o i fan. La storia di Vanessa, infatti, si conclude con la terza stagione – egregiamente, direi – per scelta dello stesso autore, che ha voluto raccontare il perdere e il ritrovare la fede nell’eterna lotta tra il bene e il male. 

La bellezza di Penny Dreadful sta nelle curiose soluzioni, tecniche e non, che fanno sì che un prodotto potenzialmente banale, risulti invece particolarissimo. Da sottolineare ancora e ancora e ancora, la meravigliosa performance di Eva Green per la quale non potete davvero perdervi questo gioiellino. 

Ah, giusto, c’è anche Helen McCrory, così, giusto per dire.

Dove trovarlo? Netflix! 

Questa volta ci spostiamo nella New York della fine del XIX secolo, ancora in corso di costruzione, appena affacciata a quella che sarà la sua grandezza. In questo contesto, gli angoli bui e gli orrori che vi si nascondono si moltiplicano e vengono alla luce, quando un giovanissimo ragazzo viene ritrovato ucciso e brutalmente mutilato. Da qui iniziano le indagini del dottor Laszlo Kreizler (Daniel Brühl) accompagnato dall’illustratore dal cuore spezzato John Moore (Luke Evans) e dalla determinata Sara Howard (Dakota Fanning), segretaria del commissario Theodore Roosevelt (Brian Geraghty) che vuole diventare la prima detective donna.  

L’ambiente è oscuro, il killer brutale, ma non più di quanto lo siano gli uomini che frequentano i bordelli in cui le vittime, poco più che bambini, si prostituiscono. Laszlo, però, – alienista, appunto, e quindi medico specialista di malattie mentali (definizione Treccani) – è deciso a scovare il colpevole e a salvare coloro che non ha potuto salvare in passato, rischiando la propria vita e quella dei suoi compagni di viaggio, in una corsa contro il tempo tra la povertà e la ricchezza degli albori della Grande Mela. 

La serie è bella, bellissima, ma soprattutto Daniel Brühl è, come sempre, fenomenale, quindi dovreste proprio correre a vederla.  

Dove trovarlo? Vorrei tanto saperlo anche io! 

Questa serie è probabilmente passata in sordina per molti. Inizialmente disponibile su Sky, ora manco lì, è stata ideata da nientepopodimeno che Tom Hardy, suo padre Edward “Chips” Hardy e Steven Knight, che, giusto per farvi capire, è l’ideatore e scrittore di Peaky Blinders. Proprio nessuno, insomma. 

Tom Hardy, oltre il suo lavoro dietro le quinte, interpreta il misterioso James Keziah Delaney, tornato a Londra dall’Africa per la morte del padre, di cui è l’erede. Il suo arrivo crea scompiglio, in parte per la sua strana personalità, che male si sposa con la borghesia inglese di inizio Ottocento, in parte proprio per l’eredità di cui diventa proprietario. Oltre una sgangherata casa nell’East End e vari immobili più o meno decadenti, James ha ottenuto la baia di Notka in territorio canadese che fa gola alla Compagnia britannica delle indie orientali e alla corona inglese, con cui dovrà confrontarsi. 

La storia, però, è assai ben più complessa, tra tratte di schiavi, naufragi e amori incestuosi (kinda). Inoltre, gode di una fotografia meravigliosa, nonché un’altrettanto meravigliosa interpretazione di Tom Hardy, che rimane il nostro faro in questa notte di crimini e pirati. 

Ah, teoricamente dovrebbe arrivare una seconda stagione e ce ne sarebbe anche una terza nei piani, ma dopo quattro anni, sinceramente, stiamo un po’ perdendo le speranze. Steven Knight aveva anche raccontato come aveva intenzione di strutturare il racconto, ma probabilmente la sesta stagione di Peaky Blinders l’ha tenuto troppo occupato. Passive aggressive? Abbastanza. Steven, non reggiamo più, dacci la seconda stagione, grazie. 

In più, questa serie ci ha donato una gif fondamentale nella nostra vita, che è quella che sostanzialmente usiamo proprio quando parliamo di Tom, ovvero: 

Oona Chaplin in Taboo.

Bene, ma non benissimo. 

Dove trovarlo? Netflix! 

Dico solo che a metà della penultima puntata mi è saltata la luce, nel bel mezzo di un temporale, per altro. Sono morta e risorta all’interno di un minuto? Proprio sì e tutto grazie a The Haunting of Hill House (che per onestà intellettuale vi dico che sto storpiando da quando ho iniziato a scrivere questo articolo). 

Basata su L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, la serie è scritta e diretta da Mike Flanagan e rappresenta la prima parte di una serie antologica. 

Racconta la storia della famiglia Crain, legata per sempre da incubi e tragedie ad un’antica villa infestata. Durante il loro soggiorno nella casa, infatti, i Crain scoprono lentamente gli oscuri segreti dell’edificio e i suoi i terrificanti abitanti, i quali li condurranno ad un triste evento che li allontanerà dalla dimora. Qualcosa di loro, però, rimane nelle mura ammuffite e negli infiniti corridoi, qualcosa a cui la casa si aggrapperà per richiamarli a sé, in modo da intrappolarli per sempre. 

Il senso di “intrappolamento”, appunto, è un sentimento che Hill House ha in comune con il suo seguito, di cui parleremo tra poco, ed è forse ciò che la rende veramente un horror degno di nota. I personaggi sono, infatti, inseguiti da quei fantasmi che hanno segnato la loro infanzia, sia in forma fisica che in forma emotiva e la sensazione costante è quella dell’impossibilità di fuggire al proprio passato e ai demoni che ne fanno parte. La casa, massiccia e al contempo quasi impalpabile, rappresenta ciò che rimane del silenzio delle questioni irrisolte, del lutto non elaborato, dei rapporti avvelenati e troncati. Un monito, un pericolo verso cui tutti sono diretti, se non accetteranno di affrontare quello che è stato rimandato. 

The Haunting of Hill House è la classica storia della casa infestata che però è molto di più, grazie anche ad un casting perfetto e ad una fotografia cupa e glaciale. I fantasmi sono di una bellezza disarmante, al tempo stesso fumettistici e incredibilmente reali, tattili. Insomma, una serie che non può che lasciare una pesantissima angoscia e che ti costringe a tenere d’occhio quello che sta al limite della tua visione periferica. 

E poi c’è Victoria Pedretti. V-I-C-T-O-R-I-A P-E-D-R-E-T-T-I. Che, insomma, tanta roba. 

Dove trovarlo? Netflix! 

Secondo capitolo della serie di The Hunting, ancora una volta ideata e diretta da Mike Flanagan. Questa volta il testo di riferimento è Il giro di vite di Henry James, come per The Others. Ancora una volta un’antica villa, ancora una volta infestata da fantasmi di vite passate. Questa volta, però, chi abita insieme a quelle presenze, ha imparato a rispettare i loro spazi. O così ci pare. In realtà, attraverso la giovane au pair interpretata da Victoria Pedretti (<3), chiamata dall’America per badare a Flora Wingrave (Amelie Bea Smith) e Miles Wingrave (Benjamin Evan Ainsworth), due bambini affidati allo zio dopo la morte improvvisa dei genitori, scopriremo che non è la sola a non seguire le regole e che la casa, o ciò che vi rivive nella notte, continua da anni a cibarsi di chi la visita e più non se ne va.  

Bella, tragica e oscura, The Haunting of Bly Manor non ha niente da invidiare alla sorella maggiore. Anche in questo caso, il punto forte della storia e della sua costruzione è nel senso di claustrofobia e dell’impossibilità di fuggire da una prigione senza sbarre. Tutto questo sarà particolarmente evidente quando giungerete al quinto episodio, quindi a circa metà dell’opera, dedicato alla storia della governante Hannah Grose (T’Nia Miller), di cui possiamo solo dirvi che è il picco di ansia dell’intera stagione. 

Piccolo commento a parte: la storia di Dani (Victoria Pedretti) e la giardiniera Jamie (Amelia Eve) è di una tenerezza indefinibile ed è stata una boccata d’aria fresca per quanto sana e delicata.  

E poi c’è Victoria Pedretti, l’ho già detto? 

Dove trovarlo? Netflix! 

Benissimo, qua ci allontaniamo un poco dal nostro punto di partenza, ma la mano di Steven Knight, i tormenti di Thomas Shelby (Cillian Murphy) e la fotografia dai toni cupi ha fatto sì che la nostra testa la inserisse inevitabilmente in questa lista. 

Altra epoca, altro mondo, nella Birmingham post prima guerra mondiale, nei bassifondi in cui la polizia non arriva e dove la legge la fanno i Peaky Blinders. Parliamo di organizzazione criminale, eppure è impossibile non empatizzare con Thomas, che cerca in tutti i modi, nel corso di ogni stagione, di rendere le sue attività il più legali possibili. Per chi non ha niente, né soldi, né contatti, né santi in Paradiso, questa è l’unica via. Così, dalle scommesse sulle corse dei cavalli, illegalissime, Thomas Shelby punta a conquistare il mondo.

Peaky Blinders è principalmente un tentativo di riscatto, un combattere contro l’opprimente senso di inferiorità imposto da una società che vuole i poveri nei cunicoli, quelli reali in cui Tommy operava durante la guerra, e i potenti in superficie, al sicuro dalle frane causate dalle esplosioni.

È, però, anche la storia di una famiglia che unita, nonostante i dissapori, tenta di costruire e costruisce un futuro migliore per sé e per chi verrà.

Ovviamente tutto questo con una moderatissima dose di violenza (sì, sì, come no).

Inutile dire che Peaky Blinders è semplicemente perfetta, dal casting spettacolare (again, Helen McCrory, ma non solo), ai settings, a tutto quello che riguarda il reparto tecnico. Un giorno parleremo anche della meravigliosa colonna sonora, ma voi intanto andatevela a guardare, se ancora non l’avete fatto.

Con questo si concludono i nostri consigli gotici della settimana. Buona visione e ci sentiamo presto, magari per qualche altro consiglio non richiesto.

Mi raccomando la maglietta della salute, che inizia a far freddo.

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