Le cose problematiche: Quattordicesima puntata – Il potere di Medea

Salve a tutti, rieccoci dunque a una nuova puntata! Il dio Borea (Mononoke vibes) aveva rapito Oritiia e lei aveva partorito due figlioli ai quali erano spuntate le ali con la pubertà.  

I due partono in missione insieme ai discendenti di Minia, gli Argonauti, (che ci sa sempre un po’ di Jules Verne) per recuperare il vello d’oro. Durante il viaggio incontrano Fineo che “trascinava in un buio perenne la sua stentata vecchiaia” e i due giovani scacciano le donne-uccello, cioè le arpie, che svolazzavano davanti alla sua bocca. Momento spiegone: Fineo era un indovino che era divenuto cieco a causa di una empietà, e le arpie lo tormentavano rubandogli e insozzandogli il cibo. Fineo indica la via della Colchide agli Argonauti che quindi lo aiutano scacciando le sue tormentatrici. 

Gli avventurieri dopo lunghe peripezie, finalmente giungono alla corte del re Eèta al quale chiedono il vello. Lui impone loro delle prove durissime. Medea però, si innamora di Giasone, il capo degli Argonauti, e “dopo avere a lungo lottato” (Mr Darcy) si arrende a quella folle passione. Invano tenta di resistere ma, si dice (parlando a sé stessa in terza persona, l’ha imparato da Giunone) che un qualche dio deve essere contrario. Che quello che prova sia quel sentimento chiamato amore? Pensa che gli ordini del padre siano troppo duri, e ha paura che Giasone muoia, nonostante l’abbia visto appena una volta. Vorrebbe scacciare questi pensieri dalla mente ma non ci riesce. “La bramosia mi consiglia una cosa, la mente un’altra”, cioè la stessa formula usata quando Giove non sa decidersi se consegnare l’amata sotto forma di mucca alla moglie o meno. “Perché, principessa, bruci per uno straniero e sogni nozze con uno di un mondo che non è il tuo? Anche in questa tua terra potrai trovarlo, un essere da amare.” Si dice che il fatto che sopravviva dipenderà dagli dei, ma lei spera, perché non ha fatto alcun male, e poi è giovane, nobile, valoroso e molto bello. Si rende conto però che se non aiuta questo straniero (“e chi lo conosce”), lui non riuscirà mai a superare le prove e morirà. “Speriamo bene, o dei!… Benché, che sto a pregare? Devo fare!” (Di meliora velint! Quanquam non ista precanda, sed facienda mihi). Se però lui, dopo essere stato salvato partisse senza di lei e sposasse un’altra? “Se è capace di fare una cosa del genere, di preferirmi un’altra, muoia, l’ingrato!” Medea passa molto velocemente da uno stato d’animo all’altro senza soluzione di continuità. Già da qui si deduce che unə psicologə non sarebbe stata una cattiva idea. Comunque si convince che lui abbia un’aria troppo buona e gentile per fare una cosa del genere, gli chiederà poi di mantenere la parola chiamando gli dei a fare da testimoni. In pratica Medea è Anna di Frozen e Giasone è Hans.  

Di che cosa hai paura, se sei al sicuro! All’opera dunque, senza più indugi!” (Abbassa la leva Kronk!) È convinta che Giasone la sposerà e che sarà ricordata come sua salvatrice. “E così io lascerò sorella e fratello e padre e dei e terra natale, portata via dai venti? Veramente… mio padre è cattivo, veramente la mia terra è barbara, mio fratello è ancora un bambino, mia sorella sta dalla mia parte, e un dio grandissimo è in me.” Ha un dio in sé. Si dice che andrà a vivere in un posto migliore con l’uomo che ama e che sarà la sposa più felice del mondo. Il viaggio però è impervio, bisogna attraversare Scilla e Cariddi… “Sarà, ma stretta al mio amore, in grembo a Giasone, a lui aggrappata, me ne andrò per lunghe distese marine. Nulla temerò, abbracciata a lui, o se avrò paura di qualcosa, avrò paura solo per mio marito.” Questa storia ci ha ricordato Gente di Dublino, in particolare il racconto intitolato Eveline, che racconta di una ragazza che, pur volendo, non riesce a decidersi a lasciare il posto in cui vive.  Medea però si chiede se sia giusto parlare di matrimonio o se non sia invece un nome specioso per mascherare la colpa dell’empietà che sta per commettere. “Così ragionava, e davanti ai suoi occhi si erano parati la rettitudine, il dovere, il pudore, e la voglia amorosa, sconfitta, già voltava le spalle.” L’ardore amoroso stava svanendo, ma nel bosco incontra Giasone e la fiamma divampa nuovamente; “E per caso quel giorno il figlio di Esone era ancora più bello del solito: scusiamola, se rimase incantata.” Lei fissa ammaliata il suo volto, mentre lui, dopo averle preso le mani tra le sue, sottovoce le chiede il suo aiuto e le promette di sposarla. Lei scoppia in lacrime e dice che lo aiuterà, nonostante sia sbagliato, perché lo ama. Ma lui deve prometterle di non abbandonarla, cosa che fa giurando sui misteri di Ecate triforme e sul Sole, padre del suocero. Medea gli dà quindi delle erbe magiche. 

Il giorno dopo tutti si recano al campo di Marte, lo stesso re si presenta, vestito di porpora con il suo scettro d’avorio. La prima prova (del torneo tremaghi) consiste nell’affrontare i tori dai piedi di bronzo (di balza?), che sputano fuoco dalle narici metalliche. Giasone, protetto dalle erbe, non sente il calore “e con mano audace accarezza le pendenti giogaie, li spinge sotto il giogo, li costringe a trascinare un pesantissimo aratro e a squarciare, cosa mai vista, il campo col vomere.” La seconda prova consiste nel pescare denti di serpente da un elmo e spargerli nel campo arato. I semi danno vita a dei corpi nuovi, armati di tutto punto. Vi ricorda qualcosa? I compagni di Giasone, vista comparire l’armata “si afflosciano in viso e in cuore dalla paura”. Anche Medea, che pure lo aveva reso invulnerabile, si spaventa e recita una formula magica supplementare. Ma lui lancia una pietra in mezzo ai nemici, che per quanto armati sono piuttosto stupidi, e dimenticandosi di lui si uccidono tra loro. I suoi amici esultano e anche Medea vorrebbe correre ad abbracciarlo ma “il pudore frena l’impulso. E comunque lo abbracceresti lo stesso, ma ti trattieni dal farlo per riguardo alla tua reputazione”. Giasone per superare l’ultima prova deve addormentare il drago eternamente sveglio, che come un Ungaro Spinato è “tutto irto di creste, con tre lingue e denti adunchi, è lo spaventoso guardiano dell’albero su cui scintilla in vello.” Il giovane lo spruzza col succo di un’erba soporifera e pronuncia tre volte parole che inducono il sonno (Beetlejuice?). 

L’eroe diviene padrone dell’oro e fiero di quella preda, portandosi dietro – seconda preda – la sua benefattrice, parte, e con lei, divenuta sua moglie, arriva trionfante in Emonia, nel porto di Iolco.” I genitori offrono sacrifici per il ritorno dei figli ma a queste cerimonie manca Esone che è ormai troppo vecchio e vicino alla morte. Giasone chiede quindi in lacrime alla moglie di utilizzare la sua magia per togliere a lui degli anni e darli al padre. Medea si commuove e per un momento ripensa a suo padre. Dice al marito che quello che le chiede di fare è un’empietà, perché se la dea triforme glielo permetterà, utilizzerà le sue arti e non gli anni del marito per prolungare la vita al suocero. “Quando la luna rifulse pienissima e venne tutta rotonda a contemplare la terra, Medea uscì di casa con indosso una veste slacciata, a piedi nudi, i capelli spogli sparsi sulle spalle, e spinse con passi errabondi per i muti silenzi della mezzanotte. […] Palpitano soltanto le stelle, e tendendo le braccia verso di queste, essa tre volte gira su sé stessa, tre volte si sparge sulla chioma acqua di fiume, tre volte schiude le labbra ed ulula.” Noi ovviamente pensiamo sempre a Albero Biggiogero. Medea si rivolge alla notte, alle stelle e alla luna, a Ecate perché venga a dar forza alle sue arti magiche. Ringrazia la Terra che le fornisce le erbe e dice “voi, brezze e venti e monti e fiumi e laghi, dei tutti delle foreste, dei tutti della notte, assistetemi!” Grazie a loro riesce a far tornare i fiumi alle sorgenti, ad agitare i mari, scacciare o radunare le nuvole e i venti; “faccio scoppiare recitando formule la gola alle vipere (cosa che ovviamente ci fa pensare a Shrek), sradico e smuovo le pietre, le querce, le selve, ordino ai monti di tremare, al suolo di muggire, alle ombre di uscire dai sepolcri”. Trascina giù anche la Luna, il carro di suo nonno, il Sole, e l’aurora impallidiscono con le sue formule e con i suoi veleni. Grazie all’aiuto della magia donata dagli dei, Giasone è riuscito a superare le prove e recuperare il vello d’oro, quindi ora chiede loro dei succhi per rendere la gioventù al vecchio suocero. “E me li darete.” Un cocchio guidato da draghi scende dal cielo e lei si dirige volando su certe regioni alla ricerca di erbe magiche. 

Dopo nove giorni e nove notti fa ritorno: “si fermò fuori della porta di casa e non volle altro tetto che la volta del cielo, evitò i contatti maschili ed eresse due altari di zolle, a destra ad Ecate, a sinistra, invece, alla Giovinezza.” Li inghirlanda con ramoscelli e frasche campestri, poi poco lontano scava due buche in terra a fa un sacrificio; sgozza due agnelle dal pelo nero e inonda di sangue le due buche. Sparge poi sopra una coppa di vino e una di latte e insieme a formule magiche “evocò le divinità sotterranee e pregò il re delle ombre e colei che fu rapita ed è sua consorte di non affrettarsi a privare dell’anima stanca le membra di Esone.” Dopo esserseli propiziati con preghiere, comandò che il suocero fosse portato all’esterno dove lo fa addormentare con una cantilena e lo distende su uno strato di erbe. Ordina a tutti di allontanarsi per non profanare la cerimonia “e lei, Medea, con i capelli sciolti, come una Baccante, fa il giro dei due altari, su cui arde il fuoco; inzuppa torce dalle molte lingue nelle fosse nere di sangue, e così intrise le accende al fuoco degli altari; e purifica il vecchio, tre volte con la fiamma, tre con l’acqua, tre con lo zolfo.” Nel frattempo un filtro bolle in pentola:  

Lì essa cuoce radici tagliate nelle vallate dell’Emonia, con semi e fiori e succhi piccanti. Aggiunge sassi che vengono dall’estremo Oriente, e sabbia lavata dalla risacca dell’Oceano; aggiunge brina raccolta in una notte di plenilunio, e ali immonde, con tanto di polpa, di barbagianni, e interiora di lupo mannaro il cui muso di bestia suole mutarsi in faccia di uomo. E nemmeno manca sottile pelle squamosa di biscia del Cinife, e fegato di cervo longevo, e a tutto questo aggiunge ancora testa e becco di cornacchia campata nove secoli.

A queste cose ne aggiunge mille altre senza nome fino a quando il farmaco non è pronto, e lo mescola con un ramo di olivo ben secco, che torna prima verde, poi gli spuntano le foglie, fino a che non torna a caricarsi di olive. Qualche goccia cade sul terreno e in quei punti, come in primavera, spuntano fiori e erba nuova. “Come vede questo, Medea impugna la spada, recide la gola al vegliardo e, lasciato uscire il vecchio sangue, lo sostituisce con i succhi. Quando Esone se n’è imbevuto, attraverso la bocca o la ferita, sparisce la canizie, barba e capelli scuriscono di colpo. L’aria emaciata, scacciata, dilegua, se ne vanno pallore e avvizzimento, gli incavi delle rughe si rimpolpano e si colmano, il corpo riacquista tutto il suo vigore. Esone si guarda sbalordito e ricorda di essere stato così in un tempo lontano, quarant’anni prima.” Bacco impressionato dal prodigio, si fa svelare dalla maga il suo segreto per restituire la giovinezza alle proprie nutrici. 

Medea, poi finge di non sopportare più il marito per farsi ospitare alla reggia di Pelia. Momento spiegone: Pelia era il fratellastro di Esone, che aveva spodestato, e aveva poi mandato Giasone alla ricerca del vello d’oro. Medea decide quindi di vendicarsi. Anche lui è fiaccato dall’età, quindi la donna si ingrazia le figlie “illudendole con una finta amicizia”, racconta loro le prodezze fatte sul suocero e le convince di poter fare lo stesso con il loro padre. Loro insistono che lo faccia, per qualunque compenso e lei ci pensa un po’ su. Poi dice che, perché abbiano più fiducia nel regalo che vuole fargli, trasformerà il loro più vecchio montone in agnello. Le viene dunque portato, lei gli taglia la gola e tuffa il corpo in una pentola con la pozione. Dopo poco, con un belato, un agnello salta fuori. Le figlie di Pelia rimangono stupefatte e insistono ancora di più. Passano tre giorni e poi la quarta notte Medea mette a bollire acqua e erbe senza nessun potere; il re e le sue guardie cadono addormentate a causa di un incantesimo. Le figlie e la maga si dispongono intorno al letto e lei le sprona a impugnare le spade per togliere il sangue vecchio dal corpo del padre. “la vita e l’età di vostro padre sono nelle vostre mani. Se avete un po’ di affetto per lui e se le vostre speranze non sono solo vana agitazione, rendete al padre questo servigio: espellete la vecchiaia con le armi e fate uscire la putredine cacciandogli dentro le lame!” Con questi incitamenti, proprio le più affezionate sono le prime a diventare empie e, per non essere scellerate, a compiere l’atto scellerato.” Nessuna di loro ha però il coraggio di guardare, colpiscono alla cieca. “Quello, pur grondante di sangue, riesce a sollevarsi sul gomito e semisquartato cerca di alzarsi sul letto e tendendo in mezzo a tante spade le braccia sbiancate dice: “Che fate, figlie mie? Che cosa vi arma contro la vita di vostro padre?” A quelle parole le figlie si bloccano, ma Medea gli taglia la gola e lo butta nell’acqua bollente.

Lei riesce a fuggire levandosi in volo con i serpenti alati, sorvola vari luoghi, tra cui il lago Irie e la vallata di Cicno, abitata appunto da un cigno. Leggenda vuole che un certo Fillio, innamorato di Cicno, “capriccioso fanciullo”, aveva ammaestrato per lui degli uccelli e un leone. Cicno gli chiede di domare anche un toro, lui lo fa, ma vistosi ancora una volta disprezzato si rifiuta di consegnarglielo. Il ragazzo impermalito gli dice “rimpiangerai di non avermelo dato” e si butta giù da una rupe. Invece di cadere, rimane però sospeso per aria, trasformato in un candido cigno. Questa storia mi ricorda la ballata dell’amore cieco di De Andre. Irie, la madre, non sapendo che il figlio si era salvato, piange così tanto da creare un lago che porta il suo nome. Medea arriva ad Efire “e ora fu qui che la nuova moglie di Giasone fu bruciata dai veleni della Colchide, e i due mari che bagnano l’Istmo videro l’incendio della reggia. Dopo di che, il sangue dei bambini lordò la spada sciagurata, e la madre, Medea, vendicatasi in modo così atroce, si sottrasse con la fuga alle armi del marito.” Per chi volesse sapere di più, consigliamo la letture (o la visione) della Medea di Euripide. Lei quindi fugge di nuovo, e questa volta arriva ad Atene, dove viene accolta da Egeo, che la sposa.    

Teseo arriva dal padre Egeo che non lo conosceva. Momento spiegone: Egeo quando scopre che la moglie Etra è incinta, decide di tornare ad Atene; prima di partire seppellisce il sandalo e la spada sotto un’enorme roccia e dice a Etra che una volta che il figlio sarà cresciuto abbastanza da riuscire a sollevarla con le sue forze lo riconoscerà. Secondo altre versioni sarebbe figlio di Nettuno. Quindi magari Egeo era convinto che la moglie lo avesse tradito e quindi decide di riconoscere il figlio solo quando fosse cresciuto? Oppure non era pronto a diventare padre? Chi lo sa. Medea tenta di uccidere lo straniero con una pozione di aconito, che aveva raccolto nelle contrade della Scizia. Ercole infatti in quei luoghi, da una spelonca buia, aveva trascinato fuori e legato “Cerbero che s’impuntava e storceva gli occhi non sopportando la luce e il brillio dei raggi. E il cane, divincolandosi infuriato, riempì il cielo di tre latrati in una volta e spruzzò i verdi campi di bava bianchiccia.” Dalla bava coagulata nasce l’aconito, pianta che nasce e resiste anche sulle pietre (akone = pietra) 

Il padre, su consiglio della moglie, consegna la pozione a Teseo che la accetta senza sospettare nulla. Quanto fa fine di Amleto, quando tutti si avvelenano? Quando però sta per portarla alle labbra, Egeo riconosce sull’elsa della sua spada un segno che lui sia suo figlio e con una manata lancia via la coppa. Medea riesce di nuovo a fuggire facendo scendere la nebbia con la magia, come Sailor Mercury.

E noi invece concludiamo con la giusta sigla per questa puntata: Agatha all along.

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