Le cose problematiche: Quindicesima puntata – I racconti di Eaco e Cefalo

Nella puntata precedente Medea aveva tentato di avvelenare Teseo, da brava matrigna, ma l’omicidio era stato sventato all’ultimo minuto con una spettacolare scena al rallenti in cui la coppa con il veleno volava per la sala.

Egeo, benché il figlio sia sano e salvo, è ancora sconvolto dall’essere stato a un passo da ucciderlo. Quindi decide di ringraziare gli dei con doni e sacrifici; viene organizzata una grande festa “I dignitari e la gente comune fanno grandi banchetti, e intonano anche canti, col talento ispirato dal vino”. Cosa che ci ha ricordato i paesani de “L’incantesimo del lago” che sperano che Derek e Odette si sposino, per non dover lavorare. Si cantano le gesta di Teseo, che ha ucciso: il toro di Creta, Perifete figlio di Vulcano, il crudele Procruste, Cercione, il fortissimo Sini. A causa sua il bandito Scirone è stato tramutato in scogli. “Se volessimo fare il conto dei tuoi meriti e dei tuoi anni, le gesta supererebbero gli anni. Per te, o fortissimo, facciamo pubblici voti, alla tua salute sorseggiamo questo vino”. Tutta la città è allegra, riecheggia di evviva e di preghiere. “Tuttavia (è proprio vero che la felicità perfetta non esiste e che qualche preoccupazione viene sempre a guastare la letizia) Egeo non può godersi in santa pace il piacere di riavere il figlio con sé.” Minosse infatti minaccia guerra, è deciso a vendicare la morte del figlio Androgeo, forte, oltre che della propria ira, di flotta e esercito. Androgeo sarebbe stato ucciso per gelosia dagli Ateniesi, era infatti fortissimo e avrebbe vinto i giochi atletici. Con la forza o con promesse lega a se diversi alleati, tra cui la scellerata Arne “costei, avuto l’oro che, avida, aveva chiesto, fu trasformata in un uccello che ancora ama l’oro, in una taccola dalle zampe scure, ammantata di penne scure.” Il nome scientifico “Monedula” in latino significa “mangiatrice di monete”. Dopo aver ricevuto alcuni rifiuti si dirige ad Enopia dal re di Eaco. La gente accorre per conoscere il famoso eroe, che viene ricevuto dai figli del re: “Telamone, e Peleo, più giovane di Telamone, e Foco, il terzogenito”. Solo a noi ricorda uno di quei problemi di matematica delle elementari in cui si doveva calcolare l’età dei tre fratelli? 

Eaco chiede a Minosse il motivo della sua visita, lui sospira e gli chiede di partecipare a “questa santa spedizione: c’è una tomba che voglio vendicare”. Cioè praticamente è una crociata. Il re però rifiuta, dicendo di essere alleato dei discendenti di Cecrope; Minosse se ne va con aria triste dicendogli che pagheranno cara quella alleanza. “Ritiene però più conveniente minacciare la guerra, che farla e logorare in anticipo lì le proprie forze.” Poco dopo a Enopia giunge una nave ateniese, da dove sbarca Cefalo con dei messaggi. I figli di Eaco lo riconoscono e lo accompagnano dal padre, davanti al quale si presenta con un ramo d’olivo, accompagnato da Clito e Bute. Dopo lo scambio di convenevoli, Cefalo viene finalmente al sodo, chiedendo al re di onorare il patto di alleanza. Eaco gli risponde di non stare nemmeno a chiedere ma di prendersi ciò di cui hanno bisogno; fortuna vuole che quello sia un periodo felice, in cui risorse e uomini non mancano. Cefalo si augura che le cose continuino ad andare per il meglio e dice di essere rimasto favorevolmente impressionato dalla gioventù che ha trovato ad accoglierlo. Gli sembra però che molti di coloro che aveva conosciuto la prima volta che era venuto a Enopia non ci siano più. Eaco geme e risponde: “A dolorosi inizi è seguito un destino migliore. Oh potessi parlarvi di questo senza parlar di quelli! Riandrò ora per ordine, ma per non tenervi a lungo in sospeso, ossa e cenere, morti sono coloro che tu ricordi e non vedi. E quanto altro non ho perduto, con loro!

Giunone aveva lanciato una pestilenza su quella terra che porta il nome della rivale, cioè Egina, la madre di Eaco. Che citando Shakespeare, suona tipo: “A plague o’ both your houses!” (Mercuzio, Romeo e Giulietta, atto III, scena I). Finché la causa del male rimane oscura provano a sconfiggerlo con la medicina, ma ogni rimedio era inutile. Per quattro mesi una caligine opprimente, che forma un’afa insopportabile cala sulla terra. “Soffiò un caldo Austro dalle folate mortali” cosicché l’infezione si propaga anche alle fonti e ai laghi; “fu dapprima con una strage di cani, di uccelli, di pecore e di buoi, e di animali selvatici, che l’improvviso morbo manifestò la propria violenza.” I tori stramazzano al suolo durante il lavoro, le greggi lanciano penosi belati e la lana cade dal loro corpo piagato. “Tutto stronca la fiacca. (frase che suona esattamente come cazza la randa) Nei boschi, sui campi, per le vie giacciono i corpi in sfacelo, l’aria è viziata dai miasmi. Dirò una cosa strabiliante: neppure i cani e gli uccelli ingordi, neppure i lupi grigi toccano i cadaveri. Questi si disfanno e si squagliano, e con le loro infette esalazioni diffondono per gran tratto il contagio.” La peste passa poi a colpire i contadini e a diffondersi in città: “prima si infiammano i visceri, il sintomo della fiamma che cova è un rossore e un respiro affannoso e infuocato. La lingua diventa ruvida e si gonfia, le fauci riarse stanno aperte ai venti afosi, boccheggiando si inspira aria pesante. Non si sopportano giacigli, non si sopportano stoffe di alcun genere; ci si distende col ventre sulla dura terra: ma il corpo non è rinfrescato dal suolo, è invece il suolo a bollire a contatto del corpo.” Nessuno riesce a mitigare il male “ai medici nuoce la loro stessa arte. Più uno sta vicino a un malato e più fedelmente lo serve, più presto fa la stessa fine.” 

Quando ormai è chiaro che non c’è rimedio e che l’esito sarà solo la morte la gente si abbandona ai propri istinti senza curarsi più di niente. Si attaccano alle fonti per bere senza ritegno e alcuni talmente appesantiti cascano e muoiono in acqua. Come il lupo dei Sette capretti, in pratica. Gli ammalati non sopportano di stare a letto e escono dalle case, sembrandogli lo spazio troppo stretto e soffocante. Molti morivano per strada, esalando l’ultimo respiro nel bel mezzo di una preghiera rivolta al cielo. “Ovunque lo sguardo si volgesse, c’era gente buttata per terra, come le mele marce quando si agitano i rami, come le ghiande quando si scuote il leccio.” Si rivolgono preghiere al tempio di Giove “quante volte non accadde che mentre recitava una preghiera, un coniuge per l’altro coniuge, un padre per un figlio, spirasse sugli altari non placati, e in mano gli si ritrovava un po’ di incenso non consumato! Quante volte non accadde che i tori condotti al tempio, mentre il sacerdote pronunciava la formula rituale e spargeva vino puro tra le corna, crollassero senza aspettare il colpo!” Molti superano la paura della morte e si uccidono per porre fine alle sofferenze. I corpi dei defunti non vengono seppelliti con i riti funebri consueti, sono troppi persino per passare attraverso le porte della città; o rimangono in terra senza sepoltura, oppure vengono accalcati sui roghi senza doni. “E ormai non si rispetta più nulla, ci si azzuffa per i roghi, si crema col fuoco altrui. Manca chi versi lacrime, e le ombre di figli e mariti, di giovani e vecchi, vagano non compiante, né c’è spazio per sepolcri, né basta la legna per far fuoco.” In pratica è la stessa parte dei Promessi sposi in cui Renzo è a Milano e, oltre a esaltarsi per le rivolte, assiste a varie scene piuttosto tristi legate alla peste. E poi di solito si passa alla Monaca di Monza.

Eaco si rivolge a Giove e gli chiede, se davvero è suo padre, di restituirgli il popolo ormai decimato, oppure di far morire anche lui. Il dio risponde con un lampo e un tuono. Lì vicino c’è una quercia sacra a Giove dove il re scorge, in gran numero, delle laboriose formiche; chiede quindi al padre di colmare il vuoto che regna in città donandogli altrettanti cittadini. Oltre a pensare a Un chien Andalou di Luis Buñuel, abbiamo avuto un flash di una scena tratta da Kirikù (o da un film simile) in cui delle formiche aiutano il protagonista a ricostruire una collana. Se voi riuscite a ricordarvi da dove viene per favore fatecelo sapere. La quercia freme senza che un alito di vento l’abbia mossa, il re è pervaso dal terrore ma bacia comunque la terra e la pianta, sperando che il suo desiderio venga esaudito. Scende la notte e lui si addormenta, sognando la quercia con moltissime formiche sui rami; scuotendosi le fa cadere a terra e queste cominciano a crescere “e a alzarsi da terra e mettersi in piedi col busto eretto, e perdere l’esilità e tante zampe e il colore nero e assumere nelle membra una forma umana”. Una volta sveglio allontana quelle visioni e si lamenta perché gli dei non vogliono aiutarlo, ma tornato alla reggia sente un gran brusio di voci. Il figlio Telamone gli corre incontro e gli mostra la quantità di esseri umani, tali e quali lui li aveva sognati, che lo salutano come proprio re. Lui scioglie i voti fatti a Giove e affida al popolo appena nato la città e i campi abbandonati. Li chiama Mirmidoni (dal greco myrmex, cioè formica), perché benché trasformati in uomini mantengono il carattere delle formiche “una stirpe parca, lavoratrice, che con tenacia accumula e mette in serbo ciò che accumula.” Quindi noi giustamente partiamo a cantare Cicale e Il grillo e la formica. Il re dice quindi a Cefalo che saranno proprio loro a seguirlo in guerra non appena il vento cambierà. Quindi aspettano il vento del nord, come in Chocolat. Discorrendo termina la giornata, seguita dal banchetto e dal sonno.

Il giorno dopo il vento impedisce alle barche di salpare, così Cefalo e i figli di Pallante si recano da re che però ancora dorme; è Foco a riceverli, mentre i suoi due fratelli radunano le truppe. Foco conduce gli ospiti in un luogo appartato del palazzo e siede con loro. Vede che Cefalo ha un giavellotto di un legno che non conosce, con una punta d’oro. Dopo un po’ di convenevoli si decide a chiedergli delucidazioni al riguardo. “è chiaro che se fosse di frassino, sarebbe di colore biondo; se corniolo, ci sarebbero dei nodi. Di che sia non lo so, ma un’arma da lancio più bella di questa i miei occhi non l’hanno mai vista.” Uno dei due fratelli ateniesi dice poi che è un’arma stupefacente, perché segue il bersaglio e poi torna indietro al punto di partenza. È a metà tra un boomerang e la freccia di Guardiani della galassia. Foco quindi incuriosito tartassa di domande Cefalo, che al ricordo di che prezzo ha dovuto pagare per ottenerla, risponde con le lacrime agli occhi per il ricordo della moglie defunta. Dice infatti che quel giavellotto lo farà piangere ancora a lungo perché “ha distrutto la mia cara consorte, e con lei me.” Procri, sorella di Oritiia (rapita dal dio Borea, la madre dei due giovini con le ali, se siete confusi come in quel TikTok sul brother in law, tutto normale) dice Cefalo “era lei la più degna di essere rapita. Suo padre, Eretteo, la unì a me; a me la unì l’amore. Mi dicevano felice, e lo ero; non piacque così agli dei, altrimenti, forse, lo sarei ancora.” Il secondo mese di matrimonio, l’Aurora vede Cefalo mentre caccia, se ne innamora e lo rapisce, benché lui non voglia. La dea è bellissima ma lui è innamorato di sua moglie. “Continuamente parlavo della santità del matrimonio, dei nostri amplessi ancor freschi, delle nostre nozze recenti, dei vincoli che avevano cominciato ad unirci sul letto ora abbandonato.” La dea cede, la dice di smetterla con i suoi piagnistei, di tenersi la sua Procri, che tanto si pentirà presto di essersela tenuta. Lui mentre torna a casa rimugina su quanto la dea gli ha detto e teme che la moglie gli sia stata infedele. “La sua bellezza e la sua età rendevano attendibile un adulterio, il suo carattere lo rendeva inattendibile. Però io ero stato assente; però anche colei da cui stavo venendo via era un esempio di moglie infedele; però noi innamorati abbiamo paura di tutto!” Decide quindi di mettere alla prova la fedeltà della moglie tentandola con dei doni. L’Aurora, ben felice di questo dubbio cambia l’aspetto di Cefalo, che torna ad Atene e entra in casa sua. “Già la casa era senza ombra di colpa: dappertutto segni di castità e di ansia per il padrone scomparso.” Con mille astuzie riesce ad accedere alla moglie e appena la vede si trattiene a stento dal rivelarle la verità e baciarla. 

Era triste (ma non ci sarà mai una più bella di lei quando era triste) e si struggeva dalla nostalgia del marito che le era stato strappato. Pensa che donna meravigliosa era, o Foco, se perfino il dolore le stava così bene!” I suoi approcci vengono respinti molte volte dalla pudicizia, gli dice che si riserva per un uomo soltanto. 

Look at me, I'm Sandra Dee 
Lousy with virginity 
Won't go to bed 'til I'm legally wed 
I can't, I'm Sandra Dee 

Per chi, sano di mente, non sarebbe stata questa una prova di fedeltà più che sufficiente? Io non mi accontento, e combatto per ferire me stesso promettendole un patrimonio per una notte, e alla fine, a furia di aumentare le promesse di doni, la induco ad esitare.” Le rivela quindi l’inganno, dicendole che l’adultero è proprio suo marito. “Lei niente; soltanto, zitta, vinta dalla vergogna, fuggì da quella casa insidiosa e dallo sleale marito, e detestando, per l’affronto che le avevo fatto, tutta alla razza dei maschi, se ne andò ad errare per i monti, dedicandosi alle attività care a Diana.” Cefalo capisce di aver sbagliato, implora perdono e dice che anche lui, se gli avessero offerto tali e tanti doni, avrebbe finito per cedere. Poiché lui ammette tutto questo, e lei sente che l’affronto che le è stato fatto è stato vendicato, torna a casa dove spende col marito dolci anni. Lei poi gli dona un cane che aveva ricevuto da Diana, dicendogli che avrebbe vinto tutti nella corsa, e il famoso giavellotto.

Cefalo passa poi a raccontare di cosa ne è stato del cane, anche se nessuno glielo aveva chiesto. Edipo aveva appena risolto l’enigma della sfinge, la quale sconfitta si era gettata nel vuoto. La dea Temi aveva abbattuto un altro flagello sulla città di Tebe: la volpe di Teumesso, che uccide greggi e uomini. In molti tentano di catturarla, ma lei con agile balzo salta oltre le reti e le trappole. I cani la inseguono ma lei li semina, agilissima. Si decide quindi di utilizzare il fenomenale cane di Cefalo, Lelape, che appena sganciato dal guinzaglio corre via. “Non parte più veloce una lancia, né una pallottola scagliata roteando una fionda, né una freccia leggera che scatti via da un arco di Gortina.” Cefalo sale su un colle per godersi l’inseguimento; la volpe è furba e sguscia via, facendo giri per confondere l’inseguitore, che però continua a starle alle calcagna. Cefalo decide di provare a utilizzare il giavellotto, distoglie lo sguardo per un attimo e quando rivolge nuovamente gli occhi sulla scena vede due statue di marmo. “Una diresti che fugga, l’altra che latri.” Secondo altre versioni del mito, sarebbe stato Giove a trasformare i due animali per risolvere una contraddizione: la volpe era destinata infatti a non essere mai catturata, mentre il cane avrebbe dovuto vincere tutti nella corsa. 

Sì, zio tutto molto interessante, ma quindi il giavellotto che c’entra? Foco chiede a Cefalo che aveva divagato anche troppo. “Le gioie, o Foco, sono il principio del nostro dolore”, racconta quindi che i primi anni di matrimonio i due erano molto felici “reciproca premura c’era in noi, sodalizio d’amore. Neppure le nozze con Giove lei avrebbe preferito al mio amore; a me, nessuna avrebbe potuto sedurmi, fosse venuta Venere in persona.” La mattina lui aveva l’abitudine di andare a caccia, da solo, senza cani, cavalli o servitori. Il giavellotto bastava e avanzava. Quando era sazio di selvaggina uccisa, si ritirava al fresco alla ricerca di un venticello, “l’aura lieve in mezzo alla calura”. Si rivolge al vento con dolci parole “Aura […] sii gentile ed insinuati, carissima, nel mio seno, e allevia, ti prego, come sai fare tu, l’ardore che mi brucia. […] tu sei la mia grande gioia, tu mi accarezzi e mi ristori, tu mi fai amare i boschi, i luoghi solitari, e la mia bocca non si stanca di captare il tuo alito soave.” Qualcuno sente queste parole e fraintende: pensa che Aura sia il nome di una ninfa, e che quindi Cefalo abbia un’amante. Quindi l’”incosciente delatore di una colpa immaginaria” va a riferirlo a Procri. “L’amore è credulone”. Lei sviene e una volta rinvenuta si dispera, chiamandosi disgraziata e “teme una cosa che non è, teme un nome senza corpo e soffre, poveretta, come se avesse una rivale vera.” Continua però a dubitare, vuole rifiutarsi di credere che sia vero e spera di sbagliarsi; non vuole accusare il marito se prima non vede il fatto con i suoi occhi. Come San Tommaso, non ci crede se non ci mette il naso.

L’indomani Cefalo esce a caccia e poi, come sempre, richiama l’aura perché lo rinfreschi. Tra una parola e l’altra sente dei gemiti, ma li ignora. Ad un certo puto un rametto si spezza, e lui, credendo che sia un’animale, scaglia il giavellotto. “Era Procri, che con una ferita in mezzo al petto “Ahi!” gridò”. Quando sente la sua voce corre verso di lei, come impazzito, e la trova in fin di vita, con la veste strappata e macchiata di sangue. “E prendo sulle braccia delicatamente quel corpo a me più caro del mio, e stracciatomi un lembo di veste dal petto lego la crudele ferita, e cerco di fermare il sangue, e la supplico di non morire e di non lasciarmi scellerato per sempre.” Con un ultimo sforzo Procri chiede al marito di non fare di Aura sua moglie. Lui capisce l’equivoco e le spiega come stanno le cose, benché ormai serva a poco. “Si affloscia, e le poche forze fuggono via col sangue, e finché può guardare qualcosa, guarda me, e su me, sulle mie labbra, esala la sua anima infelice. Ma sembra morir tranquilla, con un volto più sereno.” Cefalo e i suoi ascoltatori piangono la sorte della donna. Eaco giunge insieme agli altri due figli e alle truppe appena arruolate, che sono ben armate.  

E così, con le donne i cavalier l’armi e l’amori, si conclude anche questa puntata. Che la pace sia con voi e con il vostro spirito. Amen.  

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