Le cose problematiche: Sedicesima puntata – Icaro e il Minotauro

Cefalo aveva appena finito di raccontare tutte le sue disgrazie legate al giavellotto e al cane, mentre Foco si mangiava un gelato, in attesa che le truppe venissero armate.

Il giorno dopo il vento è finalmente cambiato, così che Cefalo e i suoi compagni possono tornare a casa prima del previsto. Nel frattempo Minosse attacca Alcatoe, città governata da Niso, il quale tra i suoi capelli bianchi ne ha uno rosso, segno del suo regno. Dopo sei mesi l’esito della guerra è ancora incerto. Le mura della città sono dette risonanti perché si raccontava che Apollo vi avesse posato sopra la cetra e che la sonorità fosse passata alle pietre sottostanti. La figlia di Niso, Scilla, quando ancora c’era la pace, era solita farle risuonare tirandoci un sassolino. Ma da quando c’è la guerra sale lì sopra per osservare le battaglie. E ormai, dopo tanto tempo, conosce i nomi dei guerrieri, le loro armi, i cavalli e le divise, i sassi, le luci, Babbo Natale, ma soprattutto conosce “più di quanto non fosse necessario” l’aspetto di Minosse. Pensa che sia bellissimo qualsiasi cosa indossi o faccia. “scagliava un flessibile giavellotto contraendo il bicipite: la fanciulla ammirava l’arte congiunta alla forza; (Eroi come Ercole! Tesoro vuoi dire Mascule!) […] e se poi, toltosi l’elmo di bronzo, scopriva il viso e avvolto in un manto purpureo caracollava su un cavallo bianco dalla colorata gualdrappa, guidandone la bocca spumante, allora a stento, a stento la vergine figlia di Niso non impazziva: chiamava felice la lancia che gli toccava, felici le briglie che gli stringeva nella mano.” Scena che viene ripresa in Star Wars, quando Kylo Ren si toglie la maschera; in Shrek, con Azzurro, e poi da De André in Carlo Martello. Il suo impulso sarebbe quello di avventurarsi tra le schiere nemiche, oppure di gettarsi dalla torre nell’accampamento nemico, o ancora di aprirgli le porte della città e fare qualsiasi cosa lui le chieda. O Notre Dame, per una volta io vorrei per la sua porta, come in chiesa, entrare in lei.

Scilla, non sa se rallegrarsi della guerra, senza la quale non avrebbe conosciuto Minosse, o dispiacersi, perché lui è suo nemico. Potrebbe prenderla come ostaggio e far finire così la guerra. “Se colei che ti ha partorito era come te, che sei il più bello del mondo, a ragione il dio si infatuò di lei!” Complimenti alla mamma Europa! Sarebbe così felice se potesse volare nel suo accampamento, rivelargli il suo amore e chiedergli per quale dote si lascerebbe comprare. Mi vendo! Ma pure comprami, io sono in vendita! Sempre che non le chieda la sua patria, in quel caso andrebbero in fumo le nozze, piuttosto che tradire. Anche se poi a volte il vincitore è clemente e non è così male essere vinti. Certamente è giusta la motivazione di Minosse, che vuole vendicare suo figlio ed è forte, quindi quasi sicuramente vincerà. Ma se la sorte è già segnata perché non aprirgli le porte e abbandonarsi al suo amore? Almeno si fermerebbe la strage e lei smetterebbe di preoccuparsi che Minosse possa farsi del male. Dunque è deciso: consegnerà sé stessa e la sua patria come dote all’uomo che ama. Però il semplice volere non basta, suo padre ostacola il suo piano. “Volessero gli dei che io fossi senza padre! (A bit too extreme!) Ma in verità ognuno è Dio di sé stesso; e la Fortuna non ascolta le preghiere dei paurosi.” Sibi quisque profecto est deus; ignavis precibus Fortuna repugnat! Un’altra al suo posto avrebbe già eliminato ogni ostacolo e realizzato la propria felicità e lei quindi non sarà da meno. Ha solo bisogno del capello porporino del padre e il gioco è fatto. Detto questo giunge la notte “grandissima nutrice di smanie” (ma non portava consiglio?) “e con le tenebre l’audacia crebbe” (Baby we both know) That the nights were mainly made for saying things that you can’t say tomorrow day. Mentre tutti dormono, lei entra nella camera del padre, strappa il capello e, uscita dalle mura, si reca al cospetto del re nemico. Gli dice di essere innamorata di lui e che per questo gli consegna la propria patria, se in cambio può diventare sua moglie. 

Gli dà quindi il capello del padre dicendogli di considerarlo come la sua intera testa. Minosse è sconvolto dal fatto e dice di sperare che gli dei la bandiscano da ogni luogo, lui di certo non potrebbe sopportare di far entrare a Creta un simile mostro. Dopo aver imposto le proprie condizioni ai nemici vinti, ordina che si mollino gli ormeggi e si parta. Scilla, abbandonata senza ricompensa per il suo gesto, viene colta da ira improvvisa e urla, con i capelli scompigliati “Dove fuggi, o crudele, che hai vinto per merito e per colpa mia?” Si chiede dove andrà adesso, che non può più tornare a casa, dove tutti la odiano, e i regni confinanti la temono per quello che ha fatto. Creta era l’unico luogo che potesse accoglierla, ma le è stata preclusa dal crudele Minosse, “allora” dice “tua madre non è Europa, ma la Sirte inospitale e le tigri d’Armenia e Cariddi flagellata dal l’Austro. E nemmeno sei figlio di Giove […] a generarti fu un toro, sì, ma un toro vero e feroce, mai innamoratosi di nessuna giovenca!” Dice di meritare la morte per quello che ha fatto, ma che a punirla dovrebbe essere il padre o il suo popolo, non colui che ha vinto grazie a lei. “Davvero è tua degna consorte colei che ti ha tradito con un truce toro, seducendolo a inganno con una forma di legno, e che ha portato nell’utero il feto mostruoso. […] No, no, ormai non è più strano che Pasifae abbia preferito un toro a te: tu eri più bestiale di un toro.” Momento spiegone: Pasifae a causa di una vendetta degli dei, si era innamorata di un toro, e aveva chiesto a Dedalo di costruire una mucca di legno, dentro la quale, nascosta, riesce a unirsi all’animale, rimanendo incinta del Minotauro. Scilla urla che non sarà così facile liberarsi di lei e che si attaccherà alla poppa della nave e così andrà con lui. Si butta quindi in acqua e si attacca alla poppa, ma il padre Niso, trasformato in un’aquila marina da bravo animagus, si lancia su di lei per straziarla con il suo becco adunco. Lei spaventata lascia la presa e viene trasformata, prima che tocchi l’acqua, in un uccello detto Ciri, nome che deriva dalla parola greca keirein, cioè recidere, per il capello strappato al padre.

Minosse, giunto in patria, scioglie i voti fatti a Giove e sacrifica in suo onore 100 tori e decora di trofei le pareti della reggia. Il mostruoso figlio della moglie e del toro, il Minotauro, è però cresciuto e Minosse decide di allontanarlo dalla reggia “e di rinchiuderlo nei ciechi corridoi di un complicato edificio.” Dedalo, famoso architetto (come Renzo Piano), “esegue quest’opera scompigliando i punti di riferimento e inducendo l’occhio in errore con i rigiri tortuosi di molte vie. […] Dissemina d’incertezze le innumerevoli vie, e a stento perfino lui riesce a tornare alla porta, tanto c’è da smarrirsi in quella dimora”. Parlando di film che hanno segnato la nostra infanzia: Labyrinth è uno di quelli. Qui viene dunque rinchiuso il mostro che viene nutrito con gruppi di Ateniesi scelti per caso ogni nove anni (Hunger games?) finché non viene ucciso da Teseo. Lui con l’aiuto di Arianna, riesce a trovare l’uscita dipanando un filo. Fugge con lei per poi abbandonarla sull’isola di Dia, dove disperandosi attira l’attenzione di Bacco che “venne a portarle abbracci e aiuto”. Scaglia il diadema che lei ha in fronte in cielo e lì le gemme si trasformano in stelle, trasformandosi nella costellazione della corona.

Dedalo è stufo di essere confinato a Creta e ha nostalgia della sua terra natale. Non può però fuggire né per terra né per mare, decide quindi di farlo attraverso l’aria. Crea delle ali, legando le penne dalle più piccole alle più grandi con spago e cera, incurvandole per farle somigliare ad ali vere. Il figlio Icaro giocherella intorno al padre, disturbandolo. Dedalo terminato il lavoro prova le ali, rimanendo sollevato in aria; ne dà quindi un paio anche al figlio, raccomandandogli di volare a mezza altezza, in modo che l’umidità non appesantisca le ali o che il calore non le bruci, e di non distrarsi dalla sua guida. Detto questo, con le guance umide di pianto, bacia il figlio e comincia a volare, esortandolo a non rimanere indietro. Qualche contadino e pescatore li vede e rimane sbalordito dal prodigio, credendo che siano degli dei. Avevano già volato per un lungo tratto quando il giovane comincia a prenderci gusto, si stacca dalla guida e va sempre più in alto. La vicinanza al sole scioglie la cera con cui erano tenute insieme le piume e il fanciullo precipita nell’acqua invocando il padre. L’uomo lo chiama, non sapendo dove sia finito, poi scorge sull’acqua le piume e maledice la sua arte. Compone la salma in un sepolcro e quella terra prende il nome di Icaria, nel mare Icario. 

Mentre Dedalo tumula il corpo del figlio una pernice ciarliera gli si avvicina battendo le ali. Era un uccello nuovo creato proprio a causa di Dedalo. La sorella gli aveva infatti affidato il figlio dodicenne, molto sveglio, perché lui lo istruisse. Il ragazzino prendendo a modello le lische dei pesci intaglia una lama affilata, inventando la sega; è sempre lui a inventare il compasso. Dedalo preso dall’invidia lo getta giù dalla rocca sacra a Pallade, ma dato che la dea protegge le persone di talento, lo salva trasformandolo in una pernice. L’intelligenza passa alle ali e alle zampe; questo uccello però memore della caduta non si alza di molto dal terreno, facendo il nido tra le siepi.  

Dedalo viene accolto da re Cocalo, (rivale di Pepsilo) mentre gli Ateniesi festeggiano la vittoria di Teseo. La fama di questa vittoria si sparge per tutta la Grecia e in molti invocano il suo aiuto, tra cui Calidone. Il suo problema era un enorme cinghiale che era stato inviato a tormentarlo da Diana. Si racconta infatti che essendo stata l’annata particolarmente buona Eneo aveva onorato tutti gli dei tranne Diana. La dea decide di non lasciare impunita l’offesa “Si dirà che non siamo state onorate, ma non che non ci siamo vendicate!” (quaeque inhonoratae, non et dicemur inultae) Invia quindi sulla terra un cinghiale più grande di un toro “gli occhi scintillano, di fuoco e sangue, il collo possente è arruffato, le setole stan dritte come rigidi aculei; bava ribollente scorre con roco sfrigolio sul vasto petto, le zanne sembrano d’elefante indiano, fulmineo è il grugno, il fiato brucia le frasche.” Rovina i campi e i giardini, fa strage di greggi. La popolazione si rifugia in città finché Meleagro non organizza una spedizione. Con lui vanno: i due gemelli di Tindaro, Giasone, Teseo, Piritoo e vari altri eroi (Avengers). In particolare alla spedizione si unisce Atalanta di Tegea “costei portava una veste fermata in alto da una lucida fibbia, capelli disadorni raccolti in un unico nodo; appesa alla spalla sinistra tintinnava una custodia d’avorio per le frecce, e anche stringeva nella mano sinistra un arco. Così era abbigliata, e ben potevi dirla fanciulla dall’aspetto di fanciullo, fanciullo dall’aspetto di fanciulla.” Meleagro la vede e se ne innamora, non ha però tempo di far molto perché la caccia comincia.  

In un bosco fitto di tronchi alcuni cominciano a stendere le reti, altri a sguinzagliare i cani, altri ancora seguono le orme. In una valle in cui confluiscono i rivoli di acqua piovana viene stanato il cinghiale che si butta in mezzo ai cacciatori. Travolge le piante con la sua corsa; gli uomini gridano puntando le lance mentre l’animale sbrana ogni cane che osi opporsi. Varie lance vengono lanciate a vuoto; Giasone chiede a Febo aiuto perché la sua vada a segno, il dio prova ad aiutare ma Diana toglie la punta e l’animale non viene ferito. La belva arrabbiata, diventa di fuoco, sbuffando fiamme e si butta sui giovani uccidendone diversi. Nestore riesce a scampare alla morte usando la lancia per fare un salto in alto e rifugiarsi sugli alberi. I due gemelli figli di Tindaro inseguono il cinghiale a cavallo con le lance spiegate, ma quello si nasconde nel folto del bosco. Telamone prova a inseguirlo ma finisce lungo disteso, bocconi, per essere inciampato in una radice. Atalanta scaglia una freccia e riesce a colpire l’animale ferendolo; Meleagro è contentissimo di questo colpo fortunato e lo indica ai compagni. Visto che brava? Eh? Eh? Gli uomini si esortano l’un l’altro e cominciano a scagliare dardi a caso. Anceo, come Gimli, con la scure in mano fa lo spavaldo “vi mostro io quanto i colpi degli uomini siano superiori a quelli delle donne, o giovani! Fatemi largo!” Alzando l’arma con tutte e due le mani, si drizza sulle punte dei piedi e si curva all’indietro. Il cinghiale gli pianta le zanne nell’inguine “dove più corta è la via per la morte. Anceo stramazza e i visceri impastati di molto sangue gli scivolano fuori; e la terra s’imbeve di sangue.” Vi era mancato un po’ di Gore, dite la verità? Piritoo si avvicina spedito all’animale con una picca ma Teseo, che a quanto pare ha con lui un rapporto tipo Achille e Patroclo, gli intima di non avvicinarsi troppo visto quello che è successo ad Anceo, scaglia poi la propria lancia, che viene però sviata da un ramo. Giasone lancia la sua ma colpisce per sbaglio un cane. Meleagro fa due tiri, uno va a vuoto, ma l’altro colpisce il cinghiale nel dorso. Mentre l’animale si dimena lui si avvicina, lo irrita e lo provoca e poi gli pianta una picca tra le scapole. I compagni applaudono il vincitore e osservano l’immensa bestia. Non si fidano ad avvicinarsi e la punzecchiano con le armi.

Meleagro mette un piede sulla testa dell’animale e regala le spoglie a Atalanta, con cui divide la gloria. “Lei è felice sia per il dono, sia perché è lui a farle il dono”. Gli altri sono però presi dall’invidia e brontolano. I figli di Testio urlano “«Lascia, o donna, non toccare ciò che spetta a noi! E non crederti che, perché sei bella, il donatore innamorato possa servirti a molto!» E a lei tolgono il trofeo, a lui il diritto di disporne.” Meleagro si incazza e digrignando i denti risponde “«E ora vi mostro io, ladri della gloria altrui, che differenza c’è tra il minacciare il fare!»” (tra il dire e il fare…) E trapassa il petto di Plessippo che non se lo aspettava, e il fratello di questo, Tosseo, entrambi suoi zii materni. Altea, la madre di Meleagro, stava portando doni agli altari per la vittoria del figlio quando vede i corpi dei fratelli. Si dispera e si veste a lutto, ma appena scopre cosa è accaduto decide di vendicarsi. 

E così vi lasciamo, come ci insegna Hitchcock. Buon proseguimento. 

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