Le cose problematiche: Diciassettesima puntata – La fame di Erisictone

Salve a tuttə! Siamo tornate, la sessione invernale ha colpito ancora ma siamo sopravvissute. Più o meno. Lo stesso non si può dire per gli zii di Meleagro, uccisi dal nipote a causa di una lite su un cinghiale. La madre di lui non l’aveva presa benissimo, decide infatti di vendicare i fratelli.

Poco dopo il parto di Meleagro le tre Parche avevano posto un ciocco sul fuoco e avevano detto che la vita del bambino sarebbe durata tanto quanto il legno. La madre, Altea, lo sottrae quindi dalle fiamme e lo nasconde, permettendo al figlio di vivere. Lo tira fuori adesso e ordina di preparare un fuoco; per quattro volte è sul punto di bruciare il ciocco ma per quattro volte si trattiene: “la madre combatte in lei con la sorella, e quelle due qualità tirano in direzioni opposte un unico cuore.” Oscilla tra l’amore per il figlio e la rabbia per i fratelli uccisi, senza sapersi decidere. “Si dibatte in preda a impulsi contrastanti, e a tratti si calma, a tratti, calmata, si riaccende d’ira. Poi però comincia ad essere miglior sorella che madre, e si decide a placare col sangue, pia nell’empietà, le ombre dei fratelli.” Perché applicare la legge dell’occhio per occhio, dente per dente sembra la cosa più giusta da fare. Così quando il fuoco ha preso vigore sembra essere decisa a gettarvi il ciocco: “vendico una colpa commettendone un’altra. La morte va espiata con la morte. A delitto va aggiunto delitto, a funerale funerale: si estingua lo sciagurato casato, con questo accumularsi di lutti.” Ma ancora una volta si trattiene. Sa che sarebbe giusto vendicare i fratelli ma le ripugna che sia la madre a dover uccidere il figlio. Se lo facesse qualcun altro oppure morisse cadendo da cavallo invece sarebbe top. D’altro canto non può permettere che viva, tronfio e impunito. “Muoia, lo scellerato, e trascini con sé nella rovina le speranze di suo padre e il regno e la patria!” Ma l’amore materno dove è andato a finire? E i travagli della gravidanza che ha dovuto subire per nove mesi? È un bello spreco! “sei vissuto per mia concessione, ora morrai per colpa tua. Prenditi il premio per quello che hai fatto, restituisci la vita che io ti ho dato due volte. […](Come ti ho fatto ti sfo)  Vorrei, ma non posso.Potrei ma non voglio. Alla fine decide di vendicare i fratelli e voltandosi per non vedere, getta il ciocco nel fuoco. Questo sembra gemere mentre viene avvolto dalle fiamme.

Meleagro sente le viscere ardere e seccarsi ma sopporta con coraggio gli atroci dolori. Si rammarica solo di fare una fine così poco eroica. Ci chiediamo se possa ricollegarsi in qualche modo al Valhalla, dove, secondo la mitologia nordica, avevano accesso solo coloro che morivano coraggiosamente in battaglia. Invoca il padre i fratelli e le sorelle, la moglie e forse anche la madre. Sì, la moglie. Era sposato. Ah. I dolori aumentano sempre di più finché il soffio vitale lo abbandona e il suo corpo si trasforma in cenere. Tutta la città è a lutto, il popolo piange, il padre si sporca con polvere bianca la testa e il viso, mentre impreca contro la propria vita troppo lunga. La madre si uccide cacciandosi un ferro nel ventre. Le sorelle “si battono il petto illividendolo” piangono sul corpo, finché c’è, e poi si portano al petto manciate di cenere. Diana, ormai pienamente soddisfatta della pena inflitta al casato di Partaone, le trasforma in galline faraone tranne due. Perché due no? Per motivi di trama. Va bene così.

Nel frattempo Teseo sta tornando a casa, ma viene trattenuto dal fiume Acheloo che, gonfio di acqua, lo sconsiglia di attraversarlo. Gli offre piuttosto, di essere ospite nella sua dimora. L’eroe e i suoi compagni accettano l’invito. Teseo “entrò in una sala dai muri di pomice spugnosa e di ruvido tufo; il pavimento era umido di molle muschio, il soffitto era a cassettoni fatti di orecchie di mare alternate a murici.” Visto che ormai la giornata volgeva al termine gli ospiti si adagiano sui triclini, mentre Ninfe scalze apparecchiano le tavole e servono vino in boccali ammantati di pietre preziose. Teseo, osservando il mare, chiede al fiume come si chiami quella grande isola che vede davanti a sé. Acheloo racconta che sono in realtà cinque distese di terra, e che una volta erano Ninfe. Queste si erano dimenticate di onorarlo e lui, preso da una rabbia improvvisa, le aveva travolte trascinandole fino al mare. I suoi flutti e quelli del mare avevano staccato un lembo di terra che si era poi frantumato, creando le isole Echinadi. Dice poi che l’isola un po’ più discosta, chiamata Perimele, è a lui più cara delle altre. Infatti la amava e le aveva rapito il pudore; il padre appena scoperto il misfatto, l’aveva spinta giù da uno scoglio perché morisse. Il fiume aveva fatto galleggiare il corpo e aveva poi invocato Nettuno perché la salvasse. Il dio aveva ascoltato le sue preghiere: “il re del mare agitò il capo e scosse in segno di assenso tutte le onde. Si spaventò la Ninfa, ma seguitò a nuotare; e io mentre nuotava le toccavo il petto palpitante e percorso da un tremito, e mentre la palpavo sentii tutto il suo corpo indurirsi e il suo petto fasciarsi di terra.” Perché giustamente era il caso di cogliere l’attimo e toccarle le tette finché poteva, prima che si trasformasse in un’isola.

Il fiume tace, tutti sono scossi dal prodigio. Solo il figlio d’Issione deride i compagni che credono a quella storia e dice che Acheloo racconta frottole, gli dei non possono davvero cambiare forma agli esseri viventi. Tutti allibiscono a queste parole e Lelege, più maturo “di mente e di anni” comincia a parlare. Racconta una storia che sa per certo essere vera. Sui colli della frigia è possibile vedere una quercia e un tiglio uno accanto all’altra, circondati da un muretto di cinta. Non lontano c’è uno stagno, lì dove una volta era terra abitabile, ora affollato solo da smerghi e folaghe palustri. In questo luogo era giunto Giove e suo figlio Mercurio che avevano chiesto ospitalità in mille case ma erano sempre stati cacciati. Una sola, piccola capanna, li accoglie. Qui abitano due anziani sposi, Baucide e Filemone. “Vivevano uniti fin dagli anni della giovinezza, in quella capanna erano invecchiati, alleviando la loro povertà col sopportarla senza vergognarsene e serenamente. Inutile domandarsi chi è padrone e chi servitore: la famiglia è tutta lì, loro due; comandano ed eseguono da soli.” Gli dei vengono invitati a sedersi su una panca su cui Baucide stende un ruvido panno. La donna riavvia il fuoco del giorno precedente con foglie e corteccia secca, per poi mettere a scaldare una piccola pentola con cui cuoce la verdura raccolta da Filemone nel loro piccolo orticello. Lui stacca la spalla di maiale dal soffitto e ne taglia una fetta che mette a bollire. Nel mentre discorrono per ingannare il tempo. Il piccolo lettuccio con zampe di salice e un saccone di morbide erbe di fiume viene addobbato per gli ospiti con la coperta delle feste, anche questa ormai logora, e gli dei vi si adagiano.

La vecchia apparecchia la tavola, che ha una delle tre zampe troppo corta; viene pareggiata da un coccio. Il ripiano viene pulito con un ciuffo di verde menta “e sopra si porgono ora olive di due colori, sacre alla schietta Minerva, e corniole autunnali immerse in liquida salsa, e indivia e ravanelli e una forma di latte cagliato, e uova voltolate delicatamente su cenere non troppo rovente: tutto in stoviglie di terracotta. […] Non passa molto, che dal focolare arrivano le pietanze belle calde, […] e poi il vino, scostato per un po’, fa posto alla frutta. Ora sono noci, sono fichi secchi misti a datteri grinzosi, e prugne, e mele profumate, in larghi canestri, e uva colta da tralci purpurei. Al centro, un candido favo. E a tutto questo si aggiungono facce buone, sollecitudine sincera e generosa.” Appena i due vecchi si rendono conto che il boccale si riempie da solo sono presi da sacro terrore, cominciano a mormorare preghiere e chiedono scusa per aver servito un pasto così povero. Decidono di cucinare l’unica oca che possiedono per servirla agli dei loro ospiti, ma quella scappa e si rifugia proprio tra i piedi di questi. Loro proibiscono di ucciderla e decidono di punire coloro che non li avevano accolti. Tutti e quattro si dirigono su un monte. Una volta arrivati in cima i due coniugi vedono che al posto delle case c’è uno stagno, l’unica abitazione a essersi salvata è la loro. Mentre piangono per la sorte capitata ai vicini la loro piccola casa viene trasformata in un tempio. Giove chiede poi ai due di esprimere un desiderio e Filemone risponde “chiediamo di essere sacerdoti e guardiani del vostro tempio, e poiché siamo vissuti d’accordo tanti anni, vorremmo andarcene nello stesso istante: che io non debba mai vedere la tomba di mia moglie, né lei debba tumulare me.” A noi ha fatto venire in mente la fiaba “Il pesciolino d’oro”, perché è sempre bene stare attenti a ciò che si chiede. Il desiderio viene esaudito, i due rimangono i custodi del tempio fino a che gli viene concesso di vivere e poi, un giorno, si vedono l’un l’altro coprirsi di fronde e si salutano dicendosi “Addio, mia metà”. Lelege dice che questa storia gli è stata raccontata da vecchi degni di fede e che lui stesso ha appeso ghirlande ai rami di quegli alberi.

Il racconto aveva impressionato tutti, in particolare Teseo che voleva sapere altri racconti di prodigi fatti dagli dei. Il fiume di Calidone allora comincia a parlare. Dice che esistono esseri capaci di cambiare forma, come Proteo, che era stato visto sottoforma di uomo, leone, serpente o cinghiale, oppure come fiume o fuoco. Ma non è l’unico. Anche la moglie di Autolico, Mestra ha la stessa facoltà. Il padre di lei, Erisictone, disprezzava gli dei e con la scure aveva profanato un bosco sacro a Cerere. Lì si trovava una quercia maestosa ammantata di ex voto. Tante volte le Driadi avevano danzato ai suoi piedi. Erisictone ordina ai servitori di abbatterla, ma vedendo che questi non obbediscono afferra la scure e si appresta a farlo da solo. La quercia emette un lamento e impallidisce. Appena colpito, il legno comincia a sgorgare sangue come da una ferita. Tutti rimangono allibiti e uno cerca di fermare lo scellerato dall’abbattere l’albero. “Erisictone di Tessaglia lo fissa con gli occhi e gli dice: «Eccoti il premio del tuo santo zelo!» e lasciando l’albero rivolge contro di lui il ferro e gli mozza il capo.” Torna poi ad accanirsi contro la quercia, mentre dal tronco esce una voce. Dice di essere una Ninfa cara a Cerere e che in punto di morte può rivelargli che la sua punizione è vicina. L’albero alla fine vacilla e si spezza travolgendo molte altre piante nel bosco. Le Driadi piangono e, vestite a lutto, si rivolgono a Cerere per chiedere vendetta. La dea acconsente e “escogita un tipo di pena che susciterebbe pietà, se qualcuno potesse mai avere compassione di un simile malfattore: farlo divorare dalla terribile Fame.” Lei però non può recarsi personalmente dalla Fame, per cui incarica una divinità minore dei monti di andare per lei: “C’è nelle estreme contrade della Scizia, un luogo gelato, terreno triste, terra sterile e priva di messi, priva di alberi . Abitano lì il pigro Freddo e il Pallore e il Brivido, e la Fame allampanata

Gli dice di chiederle di insidiarsi nelle viscere del sacrilego e di non permettere di farsi vincere dall’abbondanza dei cibi. Consegna poi il proprio cocchio alla divinità, che atterra sulla cima del monte Caucaso “e vide in un campo sassoso colei che cercava, la Fame, intenta a svellere con le unghie e con i denti i rari fili d’erba. Ispidi capelli aveva, occhi infossati, viso pallido, labbra sbiancate dalla muffa, fauci irruvidite dalla rogna, pelle incartapecorita sotto la quale si distinguevano in trasparenza i visceri.” La divinità riferisce da lontano (non osa avvicinarsi) il messaggio di Cerere e poi cominciando già a sentirsi affamata fa dietrofront. La Fame esegue l’ordine, facendosi trasportare dal vento fino alla casa di Erisictone e mentre questo dorme, lo stringe tra le sue braccia e gli entra dentro respirandogli in bocca e scendendo giù fino ai polmoni. Portata a termine la missione torna al suo solito antro desolato. Erisictone, ancora addormentato, comincia ad aver appetito e sogna di mangiare: muove i denti e si sforza di ingoiare ma tutto ciò di cui riesce a nutrirsi è l’aria. Appena si sveglia la fame dilaga, pretende che gli venga cucinato di tutto e pur davanti a tavole imbandite e a quantità di cibo che basterebbero a un intero popolo, lui dice di essere digiuno. In pratica ha il Baco Tenia. A noi ha ricordato una scena de “La città incantata” in cui Senza Volto ingoia tutto il cibo che gli viene offerto, fino a quando non arriva a mangiarsi pure qualche personaggio. “Alla fine, mandato giù nei visceri il patrimonio, non gli restava più che la figlia, la quale non meritava un padre simile.” Ridotto ormai in miseria vende la figlia, che però non vuole saperne di avere un padrone e in riva al mare si rivolge a Nettuno “Liberami dalla servitù, o tu che hai avuto il privilegio di rapirmi della verginità!” Stranamente, in questo caso, la perdita traumatica della verginità no sembra avere risvolti negativi, perché Il dio ascolta la sua preghiera e la trasforma in un pescatore. Il padrone, che aveva visto la fanciulla dirigersi verso la spiaggia, chiede all’uomo se l’abbia vista.

O tu che celi sotto un po’ di cibo un ferretto appeso, tu che manovri la lenza, ti auguro che il mare ti sia calmo, che il pesce nell’acqua ti sia credulone e si accorga dell’amo solo quando ha abboccato, (ma augurare buona pesca non porta male?) ma dimmi: colei che un momento fa, mal vestita, con i capelli scomposti, era qui su questa spiaggia […] dov’è finita?” Ma il finto pescatore risponde di essere lì da solo e di non aver visto nessuno. Il padrone se ne va dunque gabbato. Lei a quel punto riprende la sua forma. Erisictone, scoprendo il nuovo potere della figlia decide di sfruttarlo vendendola più volte; lei fugge ogni volta trasformandosi in cavalla, uccello, vacca o cervo, permettendo al padre di comprarsi dei viveri. Ma quando alla fine ogni risorsa venne bruciata, Erisisictone comincia a strapparsi e mangiarsi gli arti e a nutrirsi del proprio corpo.

Il fiume, una volta finito il racconto, dice che anche lui è in grado di mutare forma, anche se in poche varianti: può essere un uomo, un serpente oppure a capo di una mandria fa il gradasso con le proprie corna. Purtroppo però la sua fronte è stata privata della sua arma. Detto questo Acheloo emette un gemito.

Per sapere di più delle disavventure del nostro ospite vi rimandiamo alla prossima puntata!

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