Le cose problematiche: Diciottesima puntata – La furia di Ercole

Aloha gente! Siete sopravvissutə al festival di Sanremo? Noi no, e per altro ci siamo pure fissate con giochi russi discutibili, dalle colonne sonore ancora più discutibili. Car. I didn’t see anything. Comunque, l’importante è che siate tornatə da noi, ora mettete via quella pistola e ricominciamo dal fiume Acheloo che, dopo aver intrattenuto gli ospiti con racconti di dei che cambiano forme a cose e persone, lamenta la perdita delle proprie corna.

Teseo, “l’eroe caro a Nettuno”, di cui ricordiamo potrebbe essere figlio, chiede al fiume perché si lamenti. Ti lamenti di che ti lamenti? piglia lu bastone e tira fora li denti. L’altro risponde di aver perso un corno durante una battaglia. Non è bello rievocare le sconfitte, ma lo consola aver perso contro un uomo così grande. I suoi ospiti avranno di certo sentito parlare della bellissima Deianira, che era desiderata da uno stuolo di pretendenti. Praticamente c’era la fila come davanti alle farmacie per fare il tampone. In molti si recano dal padre di lei per chiederla in moglie, ma come si propongono Acheloo e Ercole, tutti gli altri si ritirano, non volendo gareggiare con loro. Ercole dice che sposando lui Deianira diventerebbe nuora di Giove (come se fosse una cosa rara al tempo essere figli di Giove) e che lui avrebbe superato le prove imposte da Giunone (a cui lei lo aveva condannato in quanto bastardo). Il fiume, che non vuole essere superato da un mortale, dice di essere un genero più appetibile, essendo un fiume, che per altro scorre nel regno del futuro suocero e non uno straniero. Perché d’altronde “moglie e buoi dei paesi tuoi” è un concetto sempre molto diffuso. “Unica cosa (spero che non mi nuoccia) non sono odiato dalla regale Giunone e nessuno mi ha imposto per punizione delle fatiche. Ma per il resto, quel Giove dal quale tu, figlio di Alcmea, ti vanti d’essere stato generato, non è tuo padre, o, se lo è, lo è per via di una colpa. Pur di fartelo padre, fai passare per un’adultera tua madre! Preferisci riconoscere che la storia di Giove è un’invenzione, oh che sei figlio di una svergognata? Scegli pure!”. Primo call out fortissimo delle Metamorfosi che sostanzialmente dice quello che pensiamo tuttə dall’inizio. Eppure Ercole va in tilt con l’illuminazione della vita: ah ma questo c’ha ragione. Ercole lo fissa con “occhio bieco” e preso dall’ira risponde “Io uso meglio le mani che la lingua. (che è una di quelle frasi da dire sia a letto che durante una rissa) Vincimi pure a chiacchere, a me basta vincerti a botte!” Ah che meraviglia tutta la Fragile masculinity che trasuda da queste frasi!

L’eroe si avventa poi contro il fiume, il quale dopo aver fatto l’arrogante non poteva sottrarsi allo scontro. Si toglie dunque la sua veste verde e si prepara ad affrontarlo. Ercole gli tira addosso una manciata di rena (da bravo baro) e comincia ad attaccarlo. Entrambi sono solidi e resistono agli attacchi ma ad un certo punto Ercole riesce a ingannare l’avversario e a abbarbicarglisi sulle spalle. Al fiume sembra di avere sulle spalle una montagna, ma riesce comunque a divincolarsi. Perché è un fiume? È viscido? Gli altri fiumi che abbiamo incontrato di certo lo erano, ma non solo loro e non solo nel senso letterale. L’eroe però non gli dà tempo di riprendersi e afferrato per la nuca lo costringe faccia a terra. Battuto per potenza Acheloo sguscia via dalla sua presa trasformandosi in serpente, sempre parlando di esseri viscidi. L’avversario però ride, lui sconfiggeva rettili già nella culla e di certo il fiume non può competere con il mostro di Lerna, che si rigenera dalle sue ferite e al quale non è possibile staccare una delle cento teste senza che al suo posto non ne ricrescano due. Lui è riuscito a domarlo e bruciarlo. “Che cosa credi di poter fare, tu che mutato in falsa serpe sfoggi armi non tue, tu che ti celi sotto una forma precaria?” e detto questo lo afferra per il collo. Sssssire! Il fiume si sente soffocare e l’unica arma ancora a sua disposizione è quella di trasformarsi in toro. Aveva quattro possibilità: fiume, umano, serpente e toro. Le usa tutte, vediamo se con almeno una riesce a vincere. Così fa e i due continuano a combattere. Ercole afferra le corna del toro e le caccia nella terra facendolo stramazzare. Poi strappa un corno lasciando la testa del fiume mutila. Le naiadi utilizzano il corno per metterci fiori e frutta, rendendolo un simbolo dell’Abbondanza, la cornucopia. Un po’ così, a caso, giusto perché era cavo e capiente. Finito il racconto “una ninfa che faceva da ancella, in veste succinta alla maniera di Diana, con i capelli giù dalle due parti” arriva portando il corno ricolmo di frutta e prodotti dell’autunno. Appena albeggia i giovani ripartono. “L’Acheloo immerge nelle onde il suo rustico volto e il capo dal corno divelto.Acheloo è una nutria col nasino a pelo d’acqua.

Acheloo, nonostante sia stato mutilato è pur sempre vivo e vegeto, e comunque lo sfregio viene nascosto da una frasca di salice o da delle canne. Raga, si nota tanto? No, tranquillo, si intona alle scarpe. Nesso invece, invaghitosi pure lui di Deianira, ci ha rimesso la pelle, venendo trafitto da una freccia. Ercole infatti stava tornando a casa con la novella sposa, ma si ritrova a dover guadare l’Evèno, cresciuto e molto agitato a causa delle piogge invernali. Ercole non aveva paura per se ma per la propria consorte e quindi accetta l’aiuto di Nesso, un centauro “forzuto e pratico di guadi” che si propone di portare lui la moglie dall’altro lato. Obiettivo nella vita è essere descritt3 come forzut3 e pratic3 di guadi. Poi si rivolge ad Ercole: “Tu, gagliardo come sei, passa a nuoto”. Vai pure, Olio cuore! Lui si butta così com’è, senza cercare il punto migliore per attraversare, con faretra e pelle di leone sulle spalle, dato che il resto della roba l’aveva lanciata sull’altra sponda. Tipo la pubblicità di Marlene. Arrivato dall’altro lato sente le invocazioni della moglie e vede Nesso fuggire. “Dove ti illudi di poter scappare con quelle tue zampe o bruto? A te dico, Nesso biforme! (Tibi, Nesse biformis, dicimus.) Dammi retta, non soffiarmi cose che son mie […] Comunque, confida pure nelle tue risorse equine, ma non mi sfuggirai: non con i piedi, con un tiro ti raggiungerò.” Alle parole seguono i fatti e il centauro viene colpito da una freccia avvelenata che gli trapassa il torace. Decide però che non può morire senza vendicarsi e quindi dona a Deianira la propria veste insanguinata, dicendole che il suo sangue è afrodisiaco. È uno strumentopolo che ci servirà più avanti, bambini. E comunque, Ercole: anche meno, che praticamente sei Pegaso del tuo stesso cartone animato: un magnifico cavallo con il cervello di un uccello.

Passa molto tempo e Ercole “riempì il mondo con le sue gesta, saziando con esse l’odio della matrigna”. Arriva a Deianira la voce che il marito si sia invaghito di un’altra: “L’Anfitrioniade si è invaghito di Iole”. Lei ci crede e si abbandona al pianto, ma poi si dice che finché è in tempo deve provare a rimediare. “Devo fare una scenata o tacere? Tornarmene a Calidone o restare qui? Andarmene a casa o, se non c’è di meglio, opporre resistenza? E se invece, ricordandomi di essere tua sorella, o Meleagro, preparassi una vendetta tremenda e dimostrassi che cosa può fare una donna offesa e incollerita, sgozzando la rivale?” Le domande che vanno avanti da  millenni con delle soluzioni un po’ agli estremi. Le vie di mezzo no? Pensa a varie soluzioni, poi sceglie di inviare al marito la veste intrisa del sangue di Nesso, sperando così di ravvivare il loro amore. Come se gli stesse mandando un piatto di ostriche, praticamente. La affida a Lica perché la porti a Ercole. L’eroe stava offrendo incenso agli altari, quando il sangue avvelenato comincia a sciogliersi per il calore delle fiamme e a scorrergli lungo il corpo. Lui trattiene i gemiti finché può, grazie al suo famoso coraggio, ma quando il dolore diventa insopportabile rovescia gli altari e urla come un matto. Il sangue di Nesso era infatti avvelenato perché Ercole l’aveva ucciso con una freccia intrisa del veleno del mostro di Lica. Che è praticamente l’Hydra di Captain America. Tenta di strapparsi la veste “nei punti dove la tira, quella tira la pelle e, cosa raccapricciante, o resta incollata al corpo malgrado gli sforzi per staccarla, o gli sbrindella le carni e gli mette a nudo le enormi ossa. […] E il male è inarrestabile: fuoco avido gli divora i visceri e tutto il corpo gronda di sudore azzurrognolo, i tendini bruciati schioccano.” Si rivolge alla matrigna, dicendole di divertirsi della sua sofferenza, oppure, se riesce a farle compassione, che almeno metta fine ai suoi tormenti. “La morte sarà per me un regalo. Ben si conviene a una matrigna fare doni del genere!” Amo, for once it’s not Giunone’s fault. Fa poi l’elenco di tutte le proprie vittorie, si lamenta del dolore e dubita dell’esistenza degli dei. Vaga per il monte Eta e poi scorge Lica, che si era nascosto nella cavità di una rupe. Ercole incollerito dal dolore se la prende con lui per avergli portato quel dono mortale. “Quello trema, atterrito, pallido, e borbotta timidamente parole di scusa.” Prova ad afferrare le ginocchia dell’eroe, ma questo lo solleva, lo fa roteare e lo scaglia in acqua. Ma non era ambasciatore non porta pena? Non sparate sul pianista? Ah, no? Lica si tramuta in scoglio, o almeno questo è quello che dice la leggenda.

Ercole taglia gli alberi del monte e costruisce una pira. Lascia arco, faretra e frecce a Filottete e gli chiede di accostare la fiamma al legno. In cima alla pira lui distende la pelle di leone e si sdraia poggiando il capo sulla clava, come se fosse ad un banchetto, e attende la morte senza paura. Gli dei però tremano per la sua fine e Giove si congratula con se stesso per aver dato origine a un tale eroe. Giove, ma in che senso scusa? Decide quindi che grazie alle sue gesta si è meritato l’onore di diventare un dio “e confido che la mia decisione farà piacere agli dei tutti. Se tuttavia qualcuno, se qualcuno per caso dovesse dolersi di vedere Ercole dio, ebbene, per quanto questo premio gli spiaccia, dovrà riconoscere che è un premio meritato, e sia pur contro voglia dovrà approvare”. Tra le righe: moglie, attaccati al… Tram. Giunone, a cui era diretta la frecciatina, accoglie il discorso con sguardo duro. Le fiamme lambiscono il corpo di Ercole, ma quello una volta bruciato rinasce come nuovo, ma con un aspetto più solenne. Giove lo porta tra gli astri con il suo cocchio. Ercole sbrilluccicherà come nella sua versione della Disney che sa un po’ di Edward Cullen?

Euristeo, incazzato come una bestia con Ercole, decide di rifarsi sulla sua prole. Alcmena afflitta da molte preoccupazioni può sfogarsi, come fanno le vecchie, solo con Iole, che aveva sposato Illo, figlio dell’eroe, e di cui aspettava il primo figlio. Ercole che ha sostanzialmente detto al figlio Illo: “Senti, ormai io non ci faccio più nulla, quindi la lascio a te. Fai quello che avrei fatto io, o quello che avrebbe fatto tuo nonno, insomma non ci deludere” Alcmena spera che il suo parto sia meno doloroso e complicato di quello toccato a lei. Giunone, infatti, aveva chiesto a Lucina, dea del parto, di ritardare la nascita di Ercole. La dea si pone sull’altare davanti alla porta, incrocia le gambe e le mani, impendendo al bambino di nascere. Alcmena è in preda a dolori e tutte le donne della terra di Cadmo la consolano e pregano per lei. Un’ancella, Galàntide, vista la dea davanti alla porta decide di ingannarla dicendo che il parto è avvenuto e che madre e figlio stanno bene. Lucina stupita scioglie l’intreccio e Ercole viene finalmente alla luce. Praticamente lo devono prendere col guantone da baseball. La ragazza ride della burla e la dea, trascinatala per i capelli, la trasforma, forse in una donnola. “Per aver aiutato con bocca menzognera una partoriente, partorisce dalla bocca, e, come prima, frequenta le nostre case”. Le donnole partoriscono dalla bocca? Fanno bleah? E poi tra di loro si guardano e dicono Io una volta ho vomitato?

Alcmena piange per la sorte subita dall’ancella e Iole allora le dice che anche sua sorella ha subito una trasformazione. Driope e Iole avevano madri diverse ma stesso padre e la sorella era nota per la sua bellezza. Apollo le aveva rapito il pudore (eddaje), ma per fortuna nessuno l’aveva presa troppo male e si era felicemente sposata con Andrèmone. Un giorno si erano recate sulla spiaggia di un lago, insieme al figlioletto di circa un anno di Driope, per portare ghirlande alle ninfe. La ragazza coglie dei fiori da un giùggiolo per darli al figlio, ma delle gocce sanguigne cadono da questi e la pianta sembra tremolare; al suo interno vi è il corpo mutato della ninfa Lòtide, che era così sfuggita alle voglie di Priapo. Cosa ci insegna la mitologia? Ad essere rispettosi della natura e non cogliere fiori senza prima accertarsi che nella pianta si celi lo spirito di una ninfa o di un dio. Che se no poi son guai. Driope comincia a trasformarsi anche lei in un albero, appaiono padre e marito e tutti si aggrappano alle radici della pianta, piangendo. Lei, prima di essere completamente mutata in pianta dice di non meritare una simile colpa, dato che mai ha fatto male a qualcuno in vita sua. Chiede che il figlio sia affidato a una nutrice “Fate che spesso beva il latte sotto il mio albero e sotto il mio albero giochi. E quando saprà parlare, fate che venga a salutare sua madre e con tristezza dica «Dentro questo fusto si cela mia mamma». Ma stia lontano dagli stagni, e non colga fiori dalle piante, e pensi che ogni arbusto può essere il corpo di una dea”. Dice addio ai suoi cari, bacia per l’ultima volta il figlio e poi la corteccia le ricopre il volto.

E per stemperare un po’, dopo tutti questi pianti, vi facciamo car car col cu- ehm becco. Col becco.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...