Le cose problematiche: Diciannovesima puntata – Bìblide e Ifide

Babyyy, ritooorna da meee e metti via quella pistolaaa! Okay, no, noi non ci siamo ancora riprese da Sanremo e ve lo dimostreremo con questa puntata particolarmente canterina (e molesta). Ma poi lo vogliamo dire chiaramente che Tananai, il vero vincitore di Sanremo, meritava di meglio? Abbiamo tutt3 in testa Sesso Occasionale, è inutile fingere il contrario. Poi, non si sa perché, il passaggio da Tananai a Cesare Cremonini è un sospiro…Innamorato, probabilmente.
Ma bando alle ciance, ciancio alle bande, torniamo alla nostra storia e ad Alcmena e Iole che si erano raccontate a vicenda di gente trasformata in animali e piante, intristendosi alquanto.

Le due si asciugano le lacrime a vicenda, quando sulla porta appare Iolao ringiovanito. Se avete visto Xena e Hercules avrete presente questo personaggio, che era sostanzialmente la spalla comica di Hercules, il corrispettivo di Olimpia. Era pure una coppia superqueer, diciamocelo (pensavo fosse amore e invece era la bromance, anche perché Iolao ad un certo punto ha un’intesa romantica con Xena). Era stata Ebe, la nuova moglie che Ercole si era trovato sull’Olimpo per risolvere i problemi, a fargli questo dono, cedendo alle richieste del marito. Ebe giura che non lo farà più, per nessun altro, ma Temi, che vede il futuro, profetizza che cederà alle richieste di Giove e renderà adulti due fanciulli per dar loro modo di vendicarsi. Gli dei quindi si lamentano e chiedono perché non si possa far lo stesso dono anche a altri e cominciano con le liste di amici e parenti. Giove tenta dunque di riportare l’ordine: “Ohè! Un po’ di rispetto per me! Siete impazziti? Crede qualcuno di essere così potente da poter superare il destino? […] Anche voi dipendete dal destino e, se ciò vi consola, anche io” Gli dei a queste parole si chetano. Minosse, uno di quei personaggi a cui gli dei avrebbero reso la giovinezza, aveva fatto tremare i popoli, ma ora era infiacchito e temeva che Mileto potesse sottrargli il trono. Nonostante questo non ha il coraggio di mandarlo in esilio. Il ragazzo però parte spontaneamente e navigando sull’Egeo, arriva in Asia dove fonda una città chiamata come lui. Città famosa per aver ispirato i versi di Gabriele D’annunzio: la pioggia nel Mileto. Qui conosce Ciànea, dalla quale ha due gemelli, Bìblide e Càuno. La storia di Bìblide spiega come le fanciulle non debbano innamorarsi dei propri fratelli.

All’inizio non si rende conto di esserne innamorata e crede di dimostrare solo affetto quando, troppo spesso, lo bacia o gli butta le braccia al collo. “E per lungo tempo inganna se stessa con le menzognere parvenze di un semplice affetto”. Si fa bella per lui ed è gelosa delle altre, odia chiamarlo fratello e vuole che anche lui la chiami per nome. Insomma, ma i dubbi dove sarebbero, Bìblide? Da sveglia non osa abbandonarsi a “speranze oscene”, ma di notte sogna di unirsi a lui e arrossisce seppur addormentata. La mattina dopo, ripensandoci si chiede cosa voglia dire questa visione che non vorrebbe si realizzasse. Certo suo fratello è bello, e potrebbe amarlo se non fossero parenti. “Però, purché io non cerchi di fare cose del genere da sveglia, torni pure più volte questo sogno, con le stesse immagini! Nel sogno, nessuno ti vede, e c’è anche il piacere, simile a quello vero. O venere, e tu, con la tua tenera madre, svolazzante Cupido, che godimento ho provato! Che libidine manifesta mi ha scosso! Come mi sono abbandonata, spossata fino al midollo!” Si dice che se avessero geni differenti sarebbero degli ottimi pretendenti l’un per l’altra, invece dovranno sposare altre persone. Invidia poi gli dei che possono sposarsi tra fratelli. “Ma gli dei hanno le loro leggi. Perché cerco di rapportare i costumi umani alle norme del cielo, che son diverse?” Spera che la fiamma si spenga, oppure di morire e distesa sul letto di ricevere l’ultimo bacio dal fratello. E a noi viene un po’ da citare le donnole partorienti: bleah! Si dice poi che è comunque una scelta che va fatta da entrambi, se a lei può andar bene a lui può sembrare un’infamia. Eppure i figli di Eolo sposano le proprie sorelle… “Via, andatevene lontano da qui, bollori osceni, e il fratello sia amato solo nel modo consentito a una sorella!” Però, se fosse stato lui a innamorarsi per primo, lei avrebbe forse potuto accettare. Decide quindi di scrivergli una lettera per confessargli i suoi sentimenti. Pensa a quali parole usare, scrive e poi cancella, corregge e ricorregge, senza saper bene cosa voglia. Alla fine con un misto di audacia e vergogna dice al fratello di amarlo. Lui avrebbe dovuto già accorgersene dal pallore, dagli sguardi, dai sospiri, dagli abbracci e dai baci che non erano quelli di una sorella. Lei ha provato in ogni modo di liberarsi di questa passione, ma invano. Sono tutti Mr. Darcy, praticamente.

Tu sei l’unico che possa salvare, o distruggere, colei che ti ama.” Loro sono già molto legati e lei chiede di esserlo un po’ di più. “Alla nostra età si conviene essere temerari, in amore. Ancora non sappiamo cosa sia lecito, e crediamo che tutto sia lecito e seguiamo l’esempio dei grandi dei.” Alla fine sono già liberi di appartarsi, di darsi baci pubblicamente per cui “quello che manca che vuoi che sia?” Gli chiede di avere pietà di lei “e non fare che sul mio sepolcro si debba scrivere che sono morta per causa tua”. Amica, noi questa la chiamiamo coercizione. Lo spazio sulle tavolette è finito, l’ultima frase ci entra a stento. Appone il sigillo con l’anello inumidito dalle lacrime e chiama un servitore perché le consegni al fratello. Mentre gliele passa queste cadono a terra, cattivo segno. Il servo esegue e Càuno, senza nemmeno finire di leggere, va su tutte le furie e si trattiene a stento dal prendere a schiaffi il servitore. “Finché sei in tempo sparisci, – grida, – sciagurato mezzano di una libidine proibita! Se la tua fine non trascinasse nel fango il mio nome, me la pagheresti con la morte!” Quello scappa e riferisce alla padrona la moderata reazione del fratello. Lei impietrisce e poi insieme alla ragione, tornano le smanie. Noi proporremo una soluzione facile e veloce per questo fastidioso prurito intimo: Vagisil crema. Si dice che le sta bene, non avrebbe dovuto riferire delle passioni che avrebbero dovuto rimanere nascoste. Prima avrebbe dovuto sondare il terreno con frasi ambigue. Ma doveva aspettarsi una reazione avversa proprio perché le tavolette erano cadute, gli dei tentavano di avvertirla. Avrebbe dovuto cambiare piano o giorno. E comunque parlargli direttamente sarebbe stata la scelta migliore, avrebbe visto le sue lacrime, gli avrebbe detto più parole di quelle che aveva scritto. “Potevo buttargli le braccia al collo, anche se non voleva, e, se mi respingeva, potevo fare la moribonda e abbracciargli i piedi, e stesa a terra supplicarlo di ridarmi la vita. Tutti i mezzi avrei usato, e forse ciascuno di essi singolarmente no, ma tutti insieme sì, sarebbero riusciti a piegare la sua ostinazione.” Scusa, Bìblide, ridare la vita in che senso? Con la rianimazione a ritmo di Stayin’ Alive? Ma forse è anche un po’ colpa del servo che non ha scelto il momento migliore per consegnare la lettera, non ha atteso un momento in cui fosse libero e avesse la mente sgombra. Decide comunque di riprovare: “infatti il principio numero uno – potessi solo annullare ciò che ho fatto – sarebbe stato non cominciare nemmeno; ma il principio numero due, una volta cominciato, è combattere fino alla vittoria.” Le esce un po’ tipo “vincere e vinceremo”, che non le fa proprio onore, ma anche un po’ “Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diverranno leoni“. Anche perché ormai ha osato e se rinunciasse passerebbe da sconsiderata, oppure lui potrebbe pensare che lei gli abbia teso un’insidia, o, ancora, che la sua sia solo lussuria e non amore. Ormai il danno è fatto e non si può più dire che lei sia innocente. Lei quindi tenta ancora e ancora venendo sempre rifiutata. Il fratello per sfuggire alle costanti avances della sorella scappa e fonda una nuova città in terra straniera. Lei si dispera strappandosi la veste e percuotendosi le braccia, completamente impazzita, e rivela a tutti il suo folle amore. Fugge dalla sua casa alla ricerca del fratello, vagando per il campi come una baccante. Alla fine stremata cade a terra, con i capelli sparsi e il viso tra le foglie morte. Le ninfe tentano di farla rialzare e provano a darle consigli per scacciare l’amore, ma lei rimane lì distesa bagnando il terreno con un ruscello di lacrime. Le Naiadi fanno in modo che il ruscello non si secchi mai e Bìblide diventa una fonte. Comunque, raga, siccome Ovidio non lo chiarisce bene, NO è NO. Ricordatelo e non siate come Bìblide.

La notizia di questo evento avrebbe certamente stupito se a Creta non ne fosse successo un altro: la trasformazione di Ifide. Nella regione di Festo abitava Ligido, plebeo povero ma onesto. Sua moglie era vicina a partorire e lui si augura due cose: che la moglie soffra poco e che dia alla luce un maschio. Sono infatti troppo poveri per poter crescere una femmina e se dovesse nascere di questo genere lui a malincuore ordina che venga uccisa. Entrambi piangono e Teletùsa, la moglie, prega l’uomo di non imporre questa legge, ma lui è irremovibile. Lei è ormai vicina al parto e una notte sogna ai piedi del letto la dea Iside con tutto il suo seguito. La dea dice alla sua devota di non preoccuparsi e di lasciar vivere la creatura che sta per nascere, maschio o femmina che sia. “Io sono una dea soccorrevole, e se mi pregano vengo in aiuto. Non potrai dire di avere onorato una divinità ingrata”. Dato il consiglio svanisce. Teletùsa felicissima si alza dal letto e prega affinché la visione si avveri. Partorisce poi una bambina, ma chiede alla nutrice di non rivelarlo al padre e di allevarla come un maschio. Ligido da al figlio il nome del nonno, Ifide, e la madre è contenta che il nome vada bene sia a un maschio che a una femmina. Nessuno si accorge dell’inganno dato che viene vestita ed educata come un ragazzo. Passano tredici anni e il padre la promette alla bionda Iante, bellissima vergine. Avevano la stessa età ed erano di pari bellezza. “Fu così che un reciproco amore sbocciò nei loro cuori inesperti, infliggendo uguale ferita a tutt’e due. Ma guardavano al futuro con occhio diverso.” Iante infatti non vede l’ora di sposare l’uomo che ama, Ifide invece piange, sapendo di non poter possedere la donna che ama. Dice di essere presa da una passione amorosa che nessuno ha mai provato. Se gli dei volevano rovinarla avrebbero potuto mandarle un male più consueto. “Non per la vacca la vacca (nec vaccam vaccae), non per la cavalla brucia d’amore la cavalla; le pecore per il montone, la femmina di cervo va dietro al cervo.” Lei invece ama una donna e vorrebbe sparire. Vero però che Creta è patria delle mostruosità: Pasifae si era innamorata del toro e con l’inganno si era unita a lui. Ma anche in quel caso erano un maschio e una femmina. Ma lei come può fare? Anche se Dedalo tornasse con le sue ali di cera, potrebbe forse trasformare lei o Iante in fanciullo con la scienza? Beh, magari anche sì. “Perché piuttosto non ti fai coraggio e non torni in te, Ifide, e non ti liberi di questa fiamma sconsiderata e stolta? Donna sei nata: prendine atto, se proprio non vuoi ingannare te stessa, e aspira a ciò che è lecito, ama quel che deve amare una donna.” Nessuno impedisce il “caro amplesso” tuttavia lei non può possederla. Tutti sarebbero felici a quella unione, tranne la natura, la sola ad essere contraria. “Moriremo di sete in mezzo all’acqua”. Se c’è una cosa di cui siamo sicure, Ifide, è che non morirete di sete, guarda. Perché Giunone e Imeneo vogliono partecipare a questa festa dove ci saranno due spose? (Perché sono queer friendly). L’altra vergine invece è smaniosa di convolare a nozze. Teletùsa, temendo quel giorno, trova mille scuse per rimandare, fingendo di stare male oppure cattivi presagi. Ma alle lunghe non c’è più scusa che regga e a un giorno dal matrimonio madre e figlia pregano affinché la dea Iside venga in loro soccorso. Si scuote l’altare e le porte del tempio tremano, mentre si vedono brillare falci di luna e si sentono strani suoni. Era una notte buia e tempestosa, o forse solo una trappola di Indiana Jones. Non ancora del tutto tranquilla ma fiduciosa in quei segni, la madre esce dal tempio seguita da Ifide, che cammina con passo più lungo, ha perso il candore sul viso, il suo corpo si è irrobustito, i lineamenti si sono induriti e i capelli sono più corti. Da donna si è trasformato in uomo. Madre e figlio recano doni al tempio e una scritta votiva “Con questi doni Ifide, maschio, scioglie un voto fatto quando era femmina”. Il giorno dopo Venere, Giunone e Imeneo partecipano alle nozze di Ifide e Iante.   

Tutto bene quel che finisce bene, abbiamo risolto un problema che non sussisteva, ma okay. Ringraziamo Ovidio per averci dato l’occasione di fare un piccolo reminder a tutti i transfobici del caso: l’attrazione verso l’altra persona non ha niente a che vedere con i suoi genitali. Detto questo, tenendo fede alla nostra promessa vi salutiamo con le mani, con le mani, con le mani, ciao, ciao!

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