Le cose Problematiche – Nona puntata: La follia di Ino e il coraggio di Perseo

Salve a tuttə, siamo tornate dopo una piccola pausa! Sapete che in Francia ci sono le foche? Io l’ho scoperto di recente e posso confermare questa stupefacente notizia. 

Ma dove eravamo rimaste? Le figlie di Minia avevano passato un pomeriggio a lavorare e raccontarsi storie invece di festeggiare, per fare un dispetto a Bacco che reagisce sobriamente trasformandole in pipistrelli. Bacco diventa quindi famosissimo nella regione di Tebe e la zia Ino racconta in giro quanto il nipote sia potente. Di tante sorelle lei era l’unica a non aver subito dispiaceri e così Giunone non ci pensa due volte a rimediare.  

Possibile che Giunone non debba far altro che soffrire e piangere senza riuscire a vendicarsi? È tutta qui la potenza mia? Ma proprio lui mi insegna che devo fare - nessuno proibisce d’imparare anche da un nemico.

Parla in terza persona e ce l’ha con Bacco, quindi è chiaramente la Meloni. In realtà non ci ricordiamo perché abbiamo fatto questa associazione di idee, ma non importa. Decide quindi di infondere un poco di pazzia in Ino e per farlo si reca negli inferi.

C'è una via che in declivio si perde tra il fosco di tassi funerei; attraverso muti silenzi conduce agli inferi. Lo Stige pigro esala nebbie, e per lì discendono le nuove ombre, i fantasmi di coloro che sono stati onorati di sepoltura. Pallore e freddo ristagnano dappertutto su quegli orridi luoghi, e i morti appena arrivati non sanno dove sia la strada, da dove si passi per giungere alla città infernale, dove sia il tremendo palazzo del nero Plutone. La capace città ha mille entrate, ha porte aperte dovunque; e come il mare accoglie i fiumi di tutta la terra, così quel luogo accoglie tutte le anime, non è piccolo per nessun popolo, non sente l'arrivo di nessuna folla. Errano esangui le ombre, senza corpo e senza ossa, e in parte si accalcano nella piazza, in parte nella reggia del sovrano dell'abisso, in parte esercitano qualche attività, a imitazione della vita di un tempo, altre ancora sono costrette a scontare una pena.

Quindi le anime perse si guardano intorno come Vincent Vega in Pulp fiction, vagando in questo villaggio vacanze dell’oltretomba chiamato inferno. E giusto per citare Dante a caso (ma neanche troppo) “Per me si va nella città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.” Giunone vi giunge e “Appena entrò, appena la soglia scricchiolò sotto il peso del suo sacro corpo Cerbero levò i suoi tre musi e levò tre latrati in una volta”. Ovidio sta facendo bodyshaming o vuole solo sottolineare che la dea abbia ancora un corpo? Oppure la struttura è fatiscente? Chi lo sa. La dea si reca dalle Furie, le figlie della Notte, che siedono davanti a un cancello (quello di Mordor?) pettinandosi i neri serpenti che hanno tra i capelli. Ci siamo immaginate una creepy Ariel che si arriccia i serpenti intorno a una forchetta. Loro abitano nel “reparto scellerati” (grandi magazzini o reparto psichiatrico?), dove si trovano varie anime condannate a eterni supplizi. Tra queste Ovidio cita: 

  • Tizio: aveva tentato di violentare Latona, madre di Apollo e Artemide che lo uccidono con molte frecce (hanno la freccia facile i ragazzi); Tizio nel Tartaro, dove viene precipitato, è condannato a una crudele tortura: immobilizzato a terra, viene costantemente divorato da due aquile e da un serpente, che gli mangiano il fegato per l’eternità. 
  • Tantalo: aveva organizzato un banchetto in onore degli dei e per mettere alla prova la loro onniscienza, uccide suo figlio Pelope e lo fa servire come pasto. Demetra non se ne accorge e consuma parte di una spalla del ragazzo, ma gli altri dei notano immediatamente l’atrocità e gettano i pezzi di Pelope ucciso in un calderone. Gli dei puniscono Tantalo gettandolo nel Tartaro e condannandolo ad avere per sempre una fame e una sete impossibili da placare. Evviva il cannibalismo. 
  • Sìsifo: aveva imprigionato la morte e come punizione per la sua sfrontata audacia, Giove decise che Sisifo avrebbe dovuto spingere un masso dalla base alla cima di un monte ma ogni volta che raggiungeva la cima il masso rotolava nuovamente alla base del monte per l’eternità. Ci ha ricordato molto la fiaba di Beda il bardo intitolata “la storia dei tre fratelli”, soprattutto perché il terzo fratello riesce a ingannare la morte. 
  • Issione: aveva tentato di violentare Giunone e per questo viene punito da Giove legandolo con serpi a una ruota in perpetuo movimento. Perché giustamente Giove può violentare chi gli pare ma chi prova a toccargli la moglie fa una brutta fine. Possessività e mascolinità tossica ne abbiamo?

Ma torniamo alla nostra storia: Giunone spiega alle furie il motivo della sua visita; dopo averla ascoltata Tisìfone si tira indietro i capelli-serpenti, e accetta l’incarico. 

Senza por tempo in mezzo la tremenda Tisìfone prese una torcia inzuppata nel sangue, indossò un manto grondante di sangue, tutto rosso, si attorcigliò alla vita un serpente, e partì. La seguivano nel suo cammino il Pianto, la Paura e il Terrore, e la Follia dall’occhio allucinato.

Giunta al palazzo sbarra la strada ad Atamante e Ino che, terrorizzati, tentano di fuggire. La Furia si strappa due serpenti dal capo e li lancia verso di loro, infettandogli le menti con putrida saliva. Voi la guardavate la Melevisione da piccoli? Avete presente il porta pennarelli a forma di riccio di Tonio Cartonio che ogni volta si lamentava se si toglieva o rimetteva un pennarello? Ecco mi sono immaginata la scena della furia che si stacca i serpenti dalla testa allo stesso modo.

la Furia aveva portato con se anche un filtro mostruoso: bava di Cerbero e veleno di Echidna, vaneggianti deliri e oblio di mente ottenebrata e malvagità e lacrime e rabbia e sete di strage, tutte cose tritate insieme e, mescolate a sangue fresco, fatte bollire in un calderone di bronzo mestando con ramo di verde cicuta.

Di nuovo facciamo una cit dalla Melevisione, perché ci è venuta in mente una filastrocca che si intitola: “Ricette incrociate di Rosarospa per fare un filtro maligno e di Tonio per fare una bibita squisita

Cuori di rane, zampe di blatte, 
puzze di piedi, cispe di sonno, 
denti rubati ai topini di latte,  
ciuffi di peli di naso di nonno…

La Furia versa questa magica medicina nel petto delle due vittime e i loro cuori vengono sconvolti. Fatto questo torna negli inferi. My job here is done. Atamante impazzito scambia la moglie e i figli per una leonessa con i cuccioli e gli dà la caccia. Afferra il figlio Learco che ignaro ride e tende le braccia al padre; questi lo fa roteare come una fionda per aria e gli fracassa il viso contro una pietra. La moglie fugge con l’altro figlio, invocando invano Bacco. Sale su una rupe a picco sul mare e vi si getta. Venere dispiaciuta per la sorte della nipote, chiede allo zio Nettuno di trasformare Ino e il figlio in dei marini. Il dio acconsente e i due diventano Leucòtea e Palèmone.

Le compagne tebane di Ino, credendo che lei sia morta, la piangono e accusano Giunone di essere stata troppo crudele. La dea quindi le trasforma alcune in pietra, altre in uccelli, le ismènidi. Anche Cadmo pensa che la figlia e il nipotino siano morti, vinto dal dolore e dalle tante sciagure, parte da Tebe insieme alla moglie, come se fosse la città a essere maledetta e non lui. Dopo lungo pellegrinare i due si ritrovano nella regione degli Illirii, e Cadmo ripensando alle sue peripezie si chiede se il serpente che aveva ucciso non fosse sacro, e che gli dei si stiano vendicando per quello. Chiede quindi come punizione di essere tramutato anche lui in un serpente. Il desiderio viene esaudito e l’uomo viene pian piano trasformato. Chiede alla moglie di avvicinarsi e di stringergli la mano fino a che la mutazione non è completa. Le si insinua poi sul petto e sul collo senza farle del male; (la famosa serpe in seno?) lei lo accarezza e invoca gli dei affinché venga trasformata in serpente anche lei e il desiderio viene esaudito. Sono serpenti pacifici che non attaccano l’uomo.  

Ovidio fa poi parkour letterario per passare da Bacco, che ricordiamo è nipote di questi due simpatici serpenti, a Perseo. Cosa hanno in comune questi due? L’odio di Acriso, re di Argo, che non crede che i due siano figli di Giove. Infatti Perseo, suo nipote, è figlio di Danae fecondata da una pioggia d’oro. Il giovane con calzature alate sorvola la Libia con la testa di Medusa in mano, che gocciola sangue da cui nascono serpenti; ecco perché questa regione ne è così infestata. Ovidio doveva odiare la Libia. Perseo vola per tutto il mondo, decidendo poi di fermarsi a dormire nella regione dell’Esperia, il regno di Atlante, gigante con mille greggi e padrone di alberi d’oro. Perseo chiede ad Atlante ospitalità, ma al gigante era stata fatta una predizione da Temi: un giorno un figlio di Giove avrebbe spogliato gli alberi del loro oro. Per questo Atlante aveva recintato i frutteti con un alto muro e vi aveva messo di guardia un drago, vietando a tutti i forestieri di entrare. 

Questa storia ci ha ricordato “Il gigante egoista”, fiaba di Oscar Wilde che racconta di un gigante che aveva costruito un muro per impedire che i bambini giocassero nel suo giardino. La primavera tarda ad arrivare nel giardino del gigante, ma quando lo fa lui si rende conto di essere stato terribilmente egoista quindi abbatte il muro e permette ai bambini di tornare. Tra questi ne vede uno biondo, più gracilino e lo aiuta a salire su un albero. Lui in cambio gli da un bacio. Alla fine della storia si scopre che quel bambino è Gesù e che dato che il gigante gli aveva permesso di giocare nel suo giardino, lui lo farà giocare nel suo, quindi il paradiso.

Anche nel primo libro della saga di Narnia, “Il nipote del mago”, il protagonista vola verso un giardino incantato circondato da alte mura per raccogliere una mela dall’albero dell’eterna giovinezza.

Atlante Caccia Perseo, che si vendica mostrandogli la testa di Medusa. “Ah, sì? Visto che conto così poco per te, prenditi questo regalo”. Il Gigante diventa un monte altissimo. Perseo poi riparte e volando raggiunge le terre di Cifeo, dove Ammone aveva ordinato che Andromeda pagasse con la vita l’insolenza della madre. Il ragazzo vede la fanciulla legata a una roccia se ne innamora; atterra, le chiede il suo nome e perché sia così legata. (che sia bondage?) Lei all’inizio non risponde, “non osando – lei una vergine – rivolgersi a un uomo”, ma lui insiste e lei gli rivela di essere stata punita perché la madre si era vantata della propria bellezza. Un mostro appare dalle acque, la ragazza e i genitori si disperano e Perseo propone un accordo: se la salverà la vuole come sua sposa, “che sia mia se la salvo con il mio valore”.  

La scena viene ripresa nell’Orlando furioso, dove Angelica ad un certo punto nel suo lungo pellegrinare si ritrova sull’isola Ebuda, infestata da una gigantesca orca che si ciba di carne umana. Lei viene legata nuda su uno scoglio per essere data in pasto al mostro, ma Ruggero che si ritrova a volare per i cieli con l’ippogrifo la vede e la salva. Poi tenta di abusare di lei, ma questa è un’altra storia, per il prossimo podcast. 

I genitori di Andromeda accettano promettendogli il regno come dote. Perseo, attacca il mostro dall’alto, colpendolo con la spada. Il mostro continua ad attaccarlo immergendosi e sollevandosi dalle acque, vomitando flutti misti a sangue rosso. Perseo con le ali appesantite dall’acqua decide di attaccarlo da uno scoglio, al quale rimane aggrappato con una mano, mentre con l’altra affonda la spada nelle viscere del mostro, uccidendolo. Perseo è a tutti gli effetti uno stuntman. Tutti esultano felici e Perseo decide di lavarsi via il sangue. Per evitare che la testa di Medusa non venga rovinata dalla sabbia, la adagia su un letto di foglie e ramoscelli nati sott’acqua. I ramoscelli assorbono il potere del mostro, indurendosi; le ninfe si divertono a ripetere l’esperimento, gettando poi i ramoscelli in mare. Così nascono i coralli, che se tirati fuori dall’acqua si induriscono. Lo sappiamo che vi piacciono i momenti botanici. O forse no.  

Perseo innalza altari per tre dei: Mercurio, Minerva e Giove. Subito dopo sposa Andromeda, rinunciando alla dote. Imeneo (dio del matrimonio) e Amore agitano le fiaccole, tutti accorrono al banchetto alla reggia. Bacco, che ricordiamo essere suo fratello da diversa madre, dona il vino. È lo zio ubriaco. Perseo una volta finito il pranzo chiede informazioni sulla regione e i suoi abitanti. Gli viene risposto, ma in cambio vogliono sapere come fosse riuscito a uccidere Medusa. Lui racconta che, in un luogo oscuro protetto da un bastione abitassero due sorelle che si dividevano l’uso di un unico occhio. Lui con una astuzia glielo ruba. Raggiunge poi la casa della Gorgone, circondata da uomini e animali tramutati in pietra. Sempre tornando a Narnia, ce lo siamo immaginato come il palazzo della strega, che è poi ispirata alla leggenda della regina delle nevi. Lui osserva medusa riflessa nello scudo e quando questa si addormenta le taglia la testa. Dal suo sangue nascono Pegaso e Crisaore. Uno dei dignitari chiede perché solo Medusa avesse serpenti tra i capelli e non anche le sue sorelle. Perseo racconta che una volta Medusa era bellissima e molto contesa; più di tutto erano i suoi capelli a essere meravigliosi. Il signore del mare la possedette nel tempio di Minerva e questa la punì trasformandole i capelli in serpenti. Ancor oggi Minerva per spaventare i nemici porta sul petto i serpenti da lei creati.  

Il mito di Medusa è stato letto sotto moltissime chiavi differenti, ma noi vorremmo concludere citando una delle cose migliori che l’internet abbia mai partorito: la sua fidanzata cieca. Infatti Medusa trasforma in pietra chiunque la guardi negli occhi, così qualcuno che voleva dare alla povera Gorgone un meritato happy ending, si è inventato questa soluzione super tenera.  

Bene, e anche per oggi abbiamo concluso. Ci vediamo alla prossima! 

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