Le cose problematiche: Ventesima puntata – Orfeo e Pigmalione

Ventesima puntata, se fossero anni di matrimonio sarebbero nozze di porcellana. Comunque tra undici puntate avremo finito questa fantastica avventura.

L’ultima volta Ifide si era fatta problemi sul nulla, che erano poi stati risolti con un magico cambio di sesso. Imeneo (dio dal quale forse deriva la parola imene, ma non ne siamo certe, per cui se avete info su questa cosa passatecele), dopo aver partecipato al matrimonio di Ifide e Iante, con la sua veste color zafferano, vola verso la terra dei Ciconi dove vanamente Orfeo lo stava invocando. (Gino!) Lui arriva “ma senza le parole rituali, senza letizia in volto, senza segni di buon augurio. Perfino la fiaccola, nella sua mano, stridette fino all’ultimo mandando fumo che faceva piangere, e per quanto agitata non riuscì mai a fiammeggiare”. Accade infatti di li a poco una disgrazia: la novella sposa, mentre vaga per i prati in compagnia delle naiadi, muore a causa di un morso di serpente. Dopo averla a lungo pianta sulla terra, Orfeo decide di scendere negli inferi, attraversando la porta del Tanaro. Avanza “tra folle svolazzanti, tra i fantasmi dei defunti onorati di sepoltura”, si presenta davanti ad Ade e Persefone, e facendo vibrare le corde della lira comincia a cantare. Dice di non essere li per compiere gesta eroiche, come alcuni di quelli che lo hanno preceduto, ma di aver fatto quel viaggio solo a causa della moglie, della cui morte non sa rassegnarsi, perché Amore ha vinto. Imeneo, però, come Bruno, ci aveva provato ad avvertirti Orfeo, ma duro te che non lo ascolti.

Se quello che si racconta, riguardo a un antico rapimento è vero, (wink wink) allora anche coloro a cui il poeta sta rivolgendo le sue preghiere possono capirlo e possono ascoltare la sua supplica. Tutti quanti apparteniamo di diritto agli inferi, presto o tardi tutti ci dirigiamo qui, “anche costei sarà vostra quando avrà compiuto fino in fondo il giusto percorso della sua vita: vi chiedo solo di ridarmela in prestito”. Si chiama Pietro e torna indietro. Le parole di Orfeo ci hanno ricordato i versi di Geordie di De André “Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso/Potrete impiccarlo allora” Se però il destino gli nega questa grazia chiede di rimanere lì, così che i sovrani del sottosuolo godano di due morti. Le sue parole commuovono le anime e per un momento il supplizio subito da alcune di loro si ferma (Tantalo, Tizio, Sisifo); anche le furie piangono, toccate dal canto. Il re e la regina non hanno cuore di rifiutare le richieste del poeta e chiamano Euridice. “Era essa tra le ombre nuove, e venne avanti con passo lento, per la ferita”. Orfeo la prende per mano e riceve l’ordine di non voltarsi fino a che non fosse uscito dalla vallata dell’Averno, altrimenti la grazia sarebbe stata vana. “Si avviarono attraverso muti silenzi per un sentiero in salita, ripido, buio, immerso in una fitta e fosca nebbia. E ormai non erano lontani dalla superficie, quando, nel timore che lei riscomparisse, e bramoso di rivederla, egli pieno d’amore si voltò.” Perché ti volti? Perché? Tutte le volte è un trauma. Cesare Pavese ha provato a darsi una spiegazione all’interno di “Dialoghi con Leucò”, libro in cui rielabora i miti ovidiani facendo parlare direttamente i protagonisti. Uno dei racconti, “L’inconsolabile”, è dedicato a questa storia e Orfeo spiega di essersi voltato perché ha capito che non sarebbe stato possibile riportare in vita chi ormai è morto. Cesare, ma già la storia è triste di per se, perché rigiri il dito nella piaga?

E subito essa riscivolò indietro, e tendendo le braccia cercò convulsamente di aggrapparsi a lui e di essere riafferrata , ma null’altro strinse, infelice, che l’aria sfuggente. E già di nuovo morendo non ebbe parole di rimprovero per il marito (e di che cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non di essere stata amata?), e gli disse per l’ultima volta addio, un addio che a stento giunse alle sue orecchie. E rifluì dell’abisso

Momento theater kids: se come noi siete appassionatз di musical vi consigliamo caldamente di recuperare Hadestown, rivisitazione del mito di Orfeo e Euridice per il palcoscenico. Purtroppo l’intero spettacolo non è ancora disponibile, ma su YouTube potrete trovare alcune scene.

Orfeo rimane di pietra davanti alla seconda morte della moglie, e invano scongiura Caronte di traghettarlo di nuovo dall’altro lato. Per sette giorni rimane accasciato sulla riva, senza bere né mangiare “dolore, disperazione e lacrime furono suo unico cibo” (come un qualsiasi studente durante la sessione). Dopo aver inveito contro gli dei dell’Erebo, Orfeo si ritira sui monti.

Passano tre anni, in cui il poeta rifiuta l’amore delle numerose pretendenti, forse per il dispiacere o forse per un voto. In compenso insegna ai popoli della Tracia “a rivolgere l’amore sui teneri maschi e a cogliere i primi fiori di quella breve primavera della vita che è l’adolescenza”. Orfeo quindi è il pedofilo originario. Ok. Su un colle si trova una radura verde, ma senza ombra ma appena Orfeo comincia a suonare gli alberi, come un esercito di Ent, arrivano ad ascoltare. Tra loro ci sono i fragili noccioli, il frassino buono per le lance (e per i paletti di Buffy), il leccio che si incurva per le ghiande, le edere dai piedi storti e il corbezzolo carico del rosso dei suoi frutti. In particolare però, si unisce alla banda il cipresso, albero che un tempo era stato un fanciullo “amato da quel dio che fa vibrare le corde della cetra e della corda dell’arco”, cioè Apollo. Sacro alle ninfe che abitano nelle campagne di Cartea, (centro specializzato in cartiere) esisteva un cervo dalle grandi corna, che era ammantato di gioielli sul collo e alle orecchie. Era solito offrire il collo per farsi accarezzare anche dagli sconosciuti, ma era affezionato più di tutti a Ciparisso, che lo portava a pascolare e a bere alle fonti, che gli intesseva le corna di ghirlande e che lo cavalcava per andare qua e là. Un giorno di grande caldo il cervo era andato a stendersi all’ombra, quando Ciparisso, non volendo, lo trafigge con il giavellotto. Il giovane, non potendo sopportare la perdita dell’animale, decide di morire anche lui. Febo tenta di consolarlo in tutti i modi, ma l’altro non smette di piangere e chiede agli dei di essere a lutto in eterno; comincia quindi a trasformarsi. Il dio mestamente dice che sarà pianto e piangerà gli altri, stando vicino a chi soffre.

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne 
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro?

Il bosco si era quindi radunato intorno ad Orfeo, che sedeva al centro di un’assemblea di animali selvatici e uccelli. Quindi pure Orfeo è una principessa Disney. Comincia quindi a suonare e cantare di “fanciulli amati dagli dei e le fanciulle che arse e stravolte da passioni proibite furono punite della loro lussuria”.

Giove innamoratosi di Ganimede, decide di trasformarsi in un’aquila, unico animale in grado di trasportare le sue armi, cioè i fulmini, e rapisce il ragazzo, che diventa il suo coppiere personale, suscitando, come sempre, l’invidia di Giunone. Momento gossip queer che tuttз stavate aspettando: Michelangelo, ha disegnato ben due volte questo mito per due suoi amanti: Tommaso De Cavalieri e Andrea Quaratesi

Anche Giacinto sarebbe stato portato in cielo da Febo se solo il destino non si fosse opposto. Ora però lui è eterno e a ogni primavera rifiorisce. Nessuno fu amato di più da Febo che abbandona Delfi per andare a trovare l’amato a Sparta, “più nulla gli importava né della cetra né delle frecce”. Erano soliti svolgere varie attività insieme e un giorno “Febo e Giacinto si spogliano, e luccicanti di succo di grassa oliva cominciano una gara di lancio del disco, del disco dalla larga superficie”. Febo lancia per primo, scagliando il disco per aria, squarciando le nuvole. Dopo diverso tempo ricade a terra e Giacinto, senza fare attenzione, corre a prenderlo, ma quello rimbalza e lo colpisce in faccia. Noi a pallavolo. Subito sia il ragazzo che il dio impallidiscono, e Febo tenta in tutti i modi di salvargli la vita, invano. “Ma non c’è arte che giovi, non c’è medicina contro quella ferita. […] «Tu spiri, o Ebalide, defraudato del fiore della giovinezza, – dice Febo – e io vedo questa tua ferita che mi accusa, Crimine mio, pena mia! La mia mano è responsabile della tua morte, ad ucciderti sono stato io!»”.

Si chiede poi però quale sia la colpa per aver giocato, per aver amato. Se potesse morirebbe insieme a lui, ma dato che non può serberà il suo ricordo nel suo cuore e canterà di lui. In più lui si trasformerà in un fiore che porterà scritto il dolore del dio. Il sangue del fanciullo caduto a terra si trasforma in un fiore purpureo sui cui petali il dio scrive AI AI, per esprimere cordoglio. Sparta, che è molto onorata di aver dato i natali a Giacinto lo onora ogni anno con le feste Giacinzie che iniziano con una processione.

Amatunte, città ricca di metalli, non è invece fiera dei propri abitanti: le Propetidi e Cerasti. Questi ultimi avevano due corna sulla fronte, e davanti alla loro casa c’era un altare dedicato a Giove ospitale, sopra il quale sacrificavano i poveri ospiti. Venere, offesa da questi empi sacrifici, era decisa ad abbandonare Cipro, ma poi cambia idea, pensando di infliggere a loro una pena a metà strada tra l’esilio e la morte. Li trasforma allora in truci giovenchi. “Le oscene Propetidi, invece, osarono dire che Venere non era una dea. Ira di questa. Per punizione, furono a quanto si dice le prime a prostituire il loro corpo e le loro grazie; e come persero il senso del pudore e il sangue sulle loro guance s’indurì, furono trasformate (breve era il passo) in rigida pietra”. Venere ha quindi inventato lo sfruttamento della prostituzione.

E ora passiamo alla storia più cringe di tutte, quella che ci ha veramente fatto accapponare la pelle la prima volta che l’abbiamo letta e che è stata la causa scatenate di questo podcast: quella di Pigmalione.

Pigmalione, avendo visto le Propetidi condurre una vita dissoluta, e “disgustato dei vizi infiniti che natura ha dato alla donna, viveva celibe senza sposarsi”. Se Orfeo è il pedofilo originario, qui abbiamo l’incel originario. Ma un giorno scolpisce in avorio bianco una donna “così bella, che nessuna può nascere più bella. E concepì amore per la sua opera.” Quindi una bambola gonfiabile in avorio. La fanciulla si direbbe che sia viva e che se non fosse così timida si muoverebbe. “Tanta è l’arte, che l’arte non si vede”. Pigmalione è incantato e si accende di passione per quel corpo finto e spesso passa le mani sulla statua, non riuscendo a convincersi che sia di avorio. “Le da dei baci, e gli pare che gli siano resi, e le parla e l’abbraccia, e ha la sensazione che le dita affondino nelle membra che tocca”. La vezzeggia e le offre dei doni graditi alle ragazze, conchiglie, fiori, uccellini, e la veste con abiti e gioielli. La stende su preziosi tappeti e cuscini e la chiama “sua compagna”. Questa storia ci fa tornare alle origini, perché è un comportamento molto poco sano che ci fa venire in mente i serial killer necrofili e quindi vi ricordiamo l’esistenza de “La casa di Jack” e di “A little piece of heaven” degli Aveged Sevenfold.

Arriva la festa di Venere, molto sentita a Cipro, e le giovenche vengono uccise in sacrificio alla dea mentre brucia l’incenso. Pigmalione, “dopo aver reso il dovuto omaggio” si avvicina all’altare e timidamente chiede una moglie che sia come la sua fanciulla d’avorio. Venere sente la preghiera e per esprimere il suo consenso fa guizzare tre volte una fiamma; Pigmalione, tornato a casa, va subito a trovare la sua statua, che era sdraiata nel letto, e la bacia. “Gli pare di avvertire  un tepore. Di nuovo accosta la bocca, e con le mani le palpa anche il seno. L’avorio palpato si ammorbidisce e perduta la durezza s’incava e cede sotto le dita”. L’uomo stupito, felice e intimorito allo stesso tempo, tocca il corpo della fanciulla con la mano e scopre che è vero. Rivolge allora parole di ringraziamento a Venere “e finalmente con le sue labbra comprime labbra che non sono più finte. E la vergine sente quei baci, e arrossisce, e levando timidamente gli occhi verso la luce, vede insieme al cielo, colui che la ama”. La dea assiste alle nozze che sono possibili solo grazie a lei e dopo nove mesi la sposa partorisce Pafo, che poi da il nome all’omonima isola.

Questa storia è sbagliata per moltissime ragioni, anche perché è la storia forse più misogina di tutte le Metamorfosi. Pigmalione, schifato dalla vita dissoluta delle Propetidi, riesce a innamorarsi della donna perfetta che lui è l’unico a potersi creare. È la donna creata dallo sguardo dell’uomo, che a noi ha ricordato “La donna perfetta”. Questo mito non ha altre fonti all’interno del mondo classico, sembra che Ovidio se lo sia inventato di sana pianta, e non ha avuto molto successo tra i contemporanei. Il problema era legato al fatto che nel mondo antico l’artista era considerato un artigiano, e in questa storia Pigmalione raggiunge un potere quasi divino, dando vita alla propria opera. Il mito fu recuperato, proprio per questo aspetto di artista divino, durante il neoclassicismo in cui il nome di Pigmalione venne dato a varie personalità, come Canova.

Da Pafo nacque quel Cinira che, se fosse rimasto senza prole, avrebbe potuto essere annoverato tra le persone felici.

E così, con questo incipit che è tutto un programma concludiamo questa lunga e problematica puntata. Ciao ciao!

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